Il Tirreno

violenza sulle donne 

«Quella testata in pieno volto e in braccio avevo la bimba»

Manuela D’Angelo
«Quella testata in pieno volto e in braccio avevo la bimba»

Una giovane mamma racconta in aula le ripetute violenze del compagno Undici anni di dolore: «Prese anche un coltello, disse che voleva uccidermi»

3 MINUTI DI LETTURA





MASSA.  Compare davanti al giudice con dignità e coraggio, pronta a rovistare tra i suoi ricordi più dolorosi, per far emergere la sua verità.  È difesa dall’avvocato Alberto Rimmaudo: ha subito violenza «fisica e psicologica per undici anni», ha dovuto difendere la figlia, proteggerla con i suoi abbracci; ha dovuto coinvolgere i genitori, chiedere aiuto in piena notte; si è sentita chiamare «puttana» e «buona a nulla». «Oggi sono più tranquilla – racconta alla Pm Debora Bracco – soltanto perché so che lui è in carcere. Lontano da noi».

È l’ennesimo processo a carico di un uomo violento, che si è svolto al Tribunale di Massa, davanti al giudice onorario Fulvio Biasotti: un’udienza durante la quale tutti i soggetti coinvolti hanno dimostrato sensibilità e rispetto per la storia di una giovane donna, la cui paura la si leggeva negli occhi. C’era anche lui, seduto al banco degli imputati, accompagnato dalla Polizia penitenziaria perché sotto custodia cautelare: mentre la ex compagna raccontava delle violenze subite, scuoteva la testa, si agitava, ridacchiava, stava per perdere la pazienza, prima che il giudice lo riprendesse: «Non è obbligato a rimanere in aula, ma se resta le chiedo di mantenere un certo contegno. Non voglio più vedere quello che le ho visto fare fino ad ora».

La giovane mamma è rimasta composta, non si è mai voltata a guardarlo, eppure lo aveva davanti; ha continuato a raccontare, con voce ferma e gli occhi fissi lontano. «La bambina aveva un anno, era nel letto con lui, forse si mosse e lo svegliò. Lui andò su tutte le furie; gridava. Entrai in camera, presi la bimba in braccio, lui si è alzato e mi ha preso a testate, in fronte, e all’altezza del labbro; mentre cercavo di fuggire con nostra figlia in braccio mi tirava per i capelli, mi strattonava»; «Ha spaccato un tavolo in cucina; ha preso un coltello seghettato da un cassetto, me lo ha puntato addosso». La fuga nel pianerottolo, la chiamata ai genitori in piena notte: «Mamma aiuto mi ammazza, mi ammazza»; poi la colluttazione tra sua madre e il suo compagno. «Ricordo che diceva “vi ammazzo tutti” e io ad un certo punto ci ho creduto».

In aula ha testimoniato anche la madre della donna: «Più volte siamo stati chiamati per soccorrerla; ripetutamente l’abbiamo nascosta in casa nostra. Una sera afferrai una scarpa e cominciai a percuoterlo, dicendogli “cosa si prova ad essere picchiati”?».

Numerose le querele dal 2006 al 2017, numerosi, ogni volta, i giorni di referto, ma numerosi anche gli episodi non denunciati e i tentativi di ricominciare. «Ci siamo presi e lasciati più volte – racconta lei – Io scappavo da mia madre o dalla nonna di lui, ma poi tornavo sempre a casa, fino a quando ho deciso di chiuderla. Tirai fuori tutte le mie cose dall’armadio in meno di quaranta minuti e portai con me la bambina lontano. Lui però ci trovò: mi seguì dentro un centro commerciale, diceva che voleva soltanto vedere la bambina, ma lei non era d’accordo, aveva paura di lui. Ci seguì fino alla macchina, la sera mi chiamò al cellulare fino all’una di notte. Non volevo rispondere, poi sbagliai a premere un tasto e lo sentii che mi offendeva, come aveva fatto per anni, ed era insieme a delle donne, che parlavano in sottofondo. La mattina dopo trovai la mia auto con due ruote bucate, i tergicristalli staccati e la fiancata rigata». «Non ho mai abbandonato il mio stato ansioso – continua– Non passerà mai» —
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il presidio

Peccioli, scatta la protesta contro l’ossicombustore: «Non siamo la discarica della Toscana»

di Redazione Pontedera