La provincia di Massa-Carrara soffre nel creare lavoro. Ma ci sono anche le aziende-sprint
I dati complessivi ribadiscono la capacità nell’export del settore lapideo, con una crescita importante. E i lavoratori di una società fanno registrare una redditività da record
MASSA CARRARA. L’economista Stefano Casini Benvenuti, direttore dell’Irpet, pesca dall’album la figurina della Toscana a due velocità: l’entroterra che (quasi) vola, la costa che arranca. È quanto è emerso nel corso dell’assemblea di Confindustria Livorno-Massa-Carrara. In cifre: il valore aggiunto per abitante prodotto nel 2017 in provincia di Massa-Carrara è stato di 21.466 euro, oltre 5mila in meno rispetto alla media regionale (con Prato a quasi 27.400, Siena sopra 28mila e Firenze ben oltre quota 32mila). E’ però uno schema e la geografia c'entra fino a un certo punto: Pisa arriva quasi a eguagliare Prato (27.167) e non sta a est di Arezzo; Pistoia va peggio di Livorno e non la troviamo in riva al mare... Va un pochino meglio nel parametro del valore aggiunto per occupato, visto che il lavoratore di Massa-Carrara contribuisce per 58.955 al conto economico dell’azienda, poco lontano dai 60.432 della media toscana, meglio di Prato, Arezzo e Grosseto. Non esiste nessun'altra realtà toscana che abbia un così basso numero di occupati in rapporto alla popolazione come nelle province di Livorno e Massa Carrara.
A Livorno lavorano appena 40,3 persone ogni cento residenti, a Massa-Carrara ancora meno: 39,4% mentre a Pisa sono 44,2. Non basta: se togliamo dal calcolo chi va a lavorare in altri territori, ecco che la differenza fra costa e entroterra diventa drammatica: Livorno scende al 39,8%, Massa-Carrara precipita al 36,4% mentre Prato schizza sopra il 48% e Firenze oltre il 50%. Segno che, prima ancora che la bassa produttività del lavoro, nei nostri territori il guaio numero uno è la scarsa capacità di creare occupazione. Per dare un’idea: solo per rimettersi in linea con la media – dice l’economista – «sarebbe necessario creare 14mila posti di lavoro», di questi, 6.300 a Massa-Carrara. Lo “scatto” di Casini Benvenuti mette a fuoco anche la fine dell'identikit dei nostri territori come polo industriale, a dispetto del fatto che buona parte delle grandi fabbriche avessero le radici qui da noi: ormai la fetta del sistema economico dell'area Livorno-Massa-Carrara vede le ciminiere dell'attività manifatturiera arrivare a malapena al 15,6% del totale (quasi dieci punti al di sotto di quel che accade nel resto della Toscana).
Se nel complesso delle altre otto province della nostra regionale è saldamente la prima fonte di ricchezza, nelle nostre zone (in questo caso, Irpet fotografa Livorno e Massa-Carrara insieme) è superata di gran lunga dal commercio (22,5%, quasi tre punti in più del dato regionale) ed è incalzata da vicino dai servizi di alloggio e ristorazione (12,8%, praticamente tre punti al di sopra dello standard di una regione già di per sé pur turisticissima come la Toscana). Quante ombre, quanti problemi. Eppure non è il solito piagnisteo su quel che va male. Anzi, l’economista avverte che questa crisi polarizza: se chi era in affanno lo è sempre di più, c’è anche un gruppo di “campioni”. E non stiamo parlando di un pugno di aziende-super in un oceano nero pece: su un migliaio di imprese oltre i 5 addetti nelle province di Livorno e Massa-Carrara, sono 257 quelle giudicate dinamiche (56 nell’industria metalmeccanica e 70 in quella alimentare, 20 nell'attività estrattiva, 39 sul fronte di riparazioni e manutenzioni, 33 nella lavorazione di minerali, 11 nel petrolchimico).
L’export. Nell’export, la nostra provincia fa segnare i dati migliori (grazie ovviamente al settore lapideo e ai manufatti del Pignone); l’export pesa sul Pil della Toscana in media per il 37%, e nel decennio 2008-2018 è cresciuto in Toscana del 46,2%; a Massa-Carrara, il peso delle esportazioni sul Pil provinciale è del 40%, ed è cresciuto del 55%. L’attività di estrazione e lavorazione ha ottimi parametri anche per l’aumento del valore dell’export: in dieci anni, l’estrazione ha visto crescere il fatturato dell’export di 102 milioni di euro, la lavorazione di 78 milioni. A proposito di attività estrattiva, c’è un’azienda apuana che sfora tutti i parametri, in positivo, per il dato del Mol, il margine operativo lordo (in sostanza la redditività) per addetto: ogni addetto di questa azienda, non citata nello studio, è di circa un milione e 100mila euro a dipendente. Il settore più vicino è quello petrolifero (950mila euro a dipendente), gli altri, lontanissimi (industrie alimentari, 500mila). Si tratta di casi limite, ma fa comunque impressione.
D’altra parte, si sa che estrarre un blocco, a prescindere dalla qualità e dal prezzo di vendita, costa sugli 80-90 euro a tonnellata; se poi quella tonnellata si rivende a 300 euro o a 7-8mila (o più), è evidente che a parità di occupati il Mol, cioè quanto incide ciascun lavoratore alla redditività e al fatturato, cambia da ditta a ditta. L’inchiesta King ha ribadito per altro che anche in un’azienda importantissima questi parametri sono “virtuali” perché - parole testuali dell’ordinanza del tribunale del riesame in merito al caso dei Franchi, riprendendo le parole del Gip - “gli indagati hanno posto in essere in maniera sistematica la sottofatturazione rappresentando una prassi che le indagini espletate hanno evidenziato essere pressoché quotidiana”... Che aggiungere? Non si possono trarre conclusioni, con le indagini in corso, e potrebbe trattarsi teoricamente di un caso isolato. In ogni caso, è probabile che una fotografia davvero a fuoco e completa del settore lapideo, soprattutto per il mondo dell’escavazione, è ancora lontana. —
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