Cimici nei telefoni e microfoni in azienda E l’indagine prosegue sui file sequestrati
Computer e cellulari nelle mani degli investigatori potrebbero portare a nuovi indagati. L’ordinanza è lunga 50 pagine
C’è una mole di documenti impressionante da valutare nei computer e cellulari sequestrati dalla guardia di finanza durante l’operazione “King”, che ha portato ai provvedimenti d’interdizione per i due imprenditori del marmo Alberto Franchi e Andrea Rossi. Giga e giga di file che sono al vaglio degli esperti di informatica forense delle fiamme gialle. E non è escluso che altri nomi possano finire nell’indagine che, come confermano fonti investigativa, è ancora nel pieno del suo svolgimento.
Le cimici e i microfoni piazzati nel 2017 dai finanzieri hanno fatto il loro dovere. Hanno portato gli investigatori dentro gli affari di una delle aziende più imponenti del territorio apuano, quella Umberto Franchi Marmi che nel 2018 è stata capace di fatturare 60 milioni di euro con le sue attività. Le indagini s’interrompono più o meno alla fine di quell’anno, ma per formulare l’ipotesi accusatorio deve passare ancora del tempo. E cioè la dichiarazione del 2018 che riguarda l’anno prima. Solo a quel punto i finanzieri possono ritenere che il reato ipotizzato si sia effettivamente verificato.
Ci sono cinquanta pagine di ordinanza dove le intercettazioni vengono in parte enucleate, ma il grosso del materiale non è ancora arrivato in mano agli indagati. Carte utili anche agli avvocati per capire cosa abbia in mano di preciso la procura.
I militari hanno ascoltato il presidente Alberto Franchi, l’amministratrice, la sorella Bernarda e il contabile dell’azienda Carlo Francesco Varni, mentre trattavano la vendita dei blocchi da vendere all’estero. E si sono convinti che qualcosa non tornasse.
Quello che hanno ascoltato in cuffia li ha portati a cercare conferme alla dogana. Perché se le trattative per sottofatturare i blocchi sono state arguite intercettando sia al telefono che con microfoni ambientali gli indagati, allora doveva esistere una prova al momento dello smercio che confermasse l’ammanco. Prova che i finanzieri hanno ritenuto di trovare nella «falsità delle attestazioni doganali con indicazione di importi corrispondenti a quelli sottostimati indicati nelle fatture, nell’intento di rafforzarne la credibilità».
Spieghiamo: secondo la finanza in almeno 12 occasioni le compravendite venivano ribassate anche del 40-50% rispetto al reale valore di vendita. Surplus che sarebbe comunque rientrato in mano ai Franchi tramite pagamenti in nero. Ed è sempre con le microspie nei telefoni che i finanzieri possono captare questi passaggi in nero con «le banconote consegnate utilizzando un indumento appositamente predisposto, presumibilmente munito di doppifondi». Sia sul nostro territorio che fuori.
Per gli investigatori un altro elemento probante del carattere fraudolento della dichiarazione è stata la scoperta «di una contabilità parallela a quella ufficiale». Giustificata proprio dalle necessità di tenere i conti di quanto non era scrivibile regolarmente. Per questi motivi la procura ha ritenuto di contestare la dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture e quella mediante altri uffici ai soli Alberto e Bernarda Franchi.
Diversa la questione per l’attenzione che è stata puntata sulla turbativa d’asta, reato contestato ad Alberto Franchi e Andrea Rossi. Gli indizi in questo caso hanno fatto ritenere a chi investiga che ci siano state delle pressioni per fare andare deserta un’asta per acquistare una cava. Anche qui le intercettazioni hanno fatto la loro parte nel convincere i finanzieri della possibilità che si stesse consumando un reato. Per loro, gli indagati si sono adoperati in modo pratico per scoraggiare i compratori, ricoprendo di detriti alcuni blocchi già estratti nella cava all’asta per farla apparire meno appetibile. —
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