Il Tirreno

la rabbia di emanuele 

«Mi picchiò col manganello e ha dovuto solo pagare dei soldi». Sull'arma incisa la scritta: "Anestesia rapida"

Libero Red Dolce
Emanuele Centauro dopo l'aggressione
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Emanuele Centauro dopo l'aggressione

L’aggressione alle spalle al ristorante Bella Vita: «Io non dormo da allora e ho perso l’udito. Com’è possibile una pena così lieve?»

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Lungo i 47 centimetri del robusto manganello nero corre un intarsio, una scritta che è una dichiarazione d’intenti: “Anestesia rapida”. Lo ha usato per spaccare la testa a Emanuele Centauro, che gli aveva chiesto di allontanare l’auto parcheggiata a pochi centimetri dai tavolini del ristorante che gestiva, il Bella Vita in piazza della Conca. Un colpo secco, da dietro, sotto gli occhi terrorizzati della piccola figlia di 3 anni di Emanuele. Un colpo che è costato all’aggressore in tribunale un decreto penale di condanna e una sanzione di 7500 euro con pena sospesa. «Io non riesco a dormire, non sento più da un orecchio, ho perso il lavoro e mia figlia non riesce a passare dalla piazza dove è avvenuta l’aggressione. Com’è possibile che tutto si sia risolto così?», si chiede Emanuele.

È la sera del 25 luglio scorso. In qualche modo per Emanuele e per la sua compagna, Elisabetta Bonfigli, la vita quella notte ha deragliato su un altro binario. Fatto di tranquillanti per dormire la notte, di un ristorante chiuso e di sfiducia verso tutto. Ora anche verso la giustizia.

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La procura, delinenado il capo d’imputazione dopo la loro denuncia, ha ricostruito l’uso del manganello, i diversi colpi al cranio e la dinamica dell’aggressione. Ci sono anche le testimonianze dei clienti ai tavoli quella sera. Raccontano una versione unanime: un attacco alle spalle piuttosto brutale.

I reati contestati però alla fine sono lesioni semplici e porto abusivo d’arma. L’avvocato di Emanuele, il versiliese Gabriele Parrini, presenta una memoria difensiva. Per lui il capo d’imputazione non coglie, sul piano giuridico, quanto è avvenuto quella notte. «Manca - scrive il legale - sia l’aggravante, le lesioni personali mediante l’uso dell’arma, sia l’aggravante generica dei futili motivi».

Il primo referto di Emanuele riporta che ha subito lesioni guaribili in dieci giorni. Ma, come riporterà anche l’avvocato nella memoria, erano in corso altri esami medici perché non era stato dichiarato completamente guarito. «Ho una lesione all’orecchio, dal sinistro quasi non sento più. Vogliono darmi l’invalidità. E io non ci posso credere: sento il mio orgoglio ferito, mia figlia ogni tanto mi dice “papà, se non la smetti ti spacco la testa”».

La coppia, il giorno dopo l’aggressione, annuncia che chiuderà il ristorante. Via da Massa. «Eravamo venuti qui, in questa piazza, ci credevamo e ci mettevamo tutto. Io non rischio mio marito e mia figlia per queste cose».

Poi il processo, con tutte le ansie ma anche con la certezza di potere trovare giustizia. E invece arriva una sentenza che li sconcerta. «Come si può dire a un uomo che gira con un manganello con una scritta di quel genere che basta che paghi 7500 euro ed è tutto a posto. Cosa devo insegnare a mia figlia: che le cose si risolvono così?», commenta sconsolato Emanuele.

L’avvocato ha presentato un istanza al gip, ma penalmente non potrà fare appello a un decreto penale. «Ora resta la via della causa civile per il risarcimento», spiega. —
 

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