Il Tirreno

il parere dell’esperto 

«In Italia servirebbe un fondo per le vittime dell’amianto»

Libero Red Dolce
«In Italia servirebbe un fondo per le vittime dell’amianto»

Il professor Cristaudo, medico del lavoro, parla delle difficoltà di accertare le responsabilità nei processi penali. E indica una strada per ricomporre una ferita ancora aperta

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massa. «Ci sono diversi studi interessanti sperimentali che studiano la relazione tra malattie come i carcinomi e gli agenti che le causano. Quello dell’Int, che nello specifico non conosco, è un altro e mi pare significativo. Sarà difficile applicarlo ai processi penali, certo, dove la prova va dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio. Diverso è il caso in sede civile». Il professor Alfonso Cristaudo direttore dell’Uo di medicina preventiva del lavoro a Cisanello spiega come il campo delle malattie professionali, e dei risvolti di legge che spesso si portano dietro, è piuttosto complesso.

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Professore, lo studio dell’Int sulla relazione tra fumo e carcinoma polmonare potrebbe aprire una nuova prospettiva per i tanti casi di grandi fumatori esposti all’amianto sui luoghi di lavoro?

«Bisogna distinguere tra processo penale, riconoscimento della malattia professionale e casi di risarcimento in sede civile. Nel primo caso chiaramente l’onere della prova, cioè il trovare la pistola fumante diciamo per esemplificare, rende molto difficile l’individuazione delle responsabilità. Nel caso del carcinoma polmonare ad esempio, si deve tenere conto che si tratta di una malattia multifattoriale e spesso chi va a processo si è ammalato decenni dopo aver lavorato ed essere stato esposto agli agenti cancerogeni. E la necessità di individuare un responsabile, direttori di dipartimento e altri quadri, rende il tutto meno facile. Spesso si finisce con un nulla di fatto».

Sembra un quadro senza speranza.

«È un problema italiano il fatto che si debba passare per i processi penali. Altrove c’è il risarcimento civile, è più facile ottenerlo. Da noi si passa per processi penali che sono molto complessi. Il processo civile è diverso, così come il riconoscimento dall’Inail. In questi casi è più semplice».

Dunque anche questo studio sarà inutile ai fini processuali.

«No, non dico questo. Sono però studi sperimentali, spesso difficilmente generalizzabili per via del campione preso in considerazione e altri fattori. Questo non vuol dire però che non possano essere utilizzati, io sto parlando della sua applicabilità al processo penale. Nel caso di malattie monofattoriali, dove l’agente responsabile è più facile da individuare ci sono meno difficoltà. Nel caso delle neoplasie ci sono molte difficoltà ad attribuire singolarmente il valore ai vari fattori sinergici».

È vero però che spesso il fumo è considerato il fattore più “pesante”, giusto?

«Sì, l’esposizione al fumo è diretta, un fattore molto forte. E i rischi relativi, quando vengono calcolati, sono sbilanciati in tal senso».

Quale potrebbe essere una strada per i tanti che chiedono giustizia per essersi ammalati sui luoghi di lavoro.

«Credo, e parlo a titolo personale, che bisognerebbe creare un fondo nazionale per le vittime professionali dell’amianto al quale possono partecipare le aziende. Alcune credo che abbiano anche la sensibilità adatta, sarebbero interessate a un’iniziativa di questo genere. Sarebbe un modo per risarcire civilmente quei lavoratori che continuano a subire danni per l’ambiente di lavoro nel quale hanno operato per molti anni. E ci vorrebbero un movimento nazionale che sensibilizzasse in questo senso. Cosa che purtroppo oggi manca». —

Libero Red Dolce
 

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