Italia
In 140 rischiano con il fallimento di Oma: «Se cambia appalto siano assunti tutti»
La ditta il 22 ottobre potrebbe chiudere i battenti. Le commesse ci sono ma nessuna garanzia per le maestranze attuali
MASSA. «Chi paga gli stipendi se l’azienda fallisce?», «ci danno lo stesso o meno?», «per quanto tempo?», «il tfr lo prendiamo?». Sono le voci degli operai di Oma, i 140 che rischiano di perdere il lavoro con il probabile fallimento dell’azienda e che ieri hanno manifestato con un’ora di sciopero di fronte al Pignone, al cui indotto la loro azienda è indissolubilmente legata. Alcune domande hanno trovato risposta, ma la più importante, quella sul futuro del loro lavoro, passa da una strada stretta e che per sindacati e lavoratori ha uno e un solo sbocco: con l’affido di una nuova commessa la richiesta è di assumere in blocco i lavoratori che adesso sono all’Oma.
Le difficoltà dell’azienda, azienda di Pescara, non nascono oggi. Oma, in forte difficoltà debitoria, ha chiesto il febbraio scorso un concordato in continuità, con 180 giorni previsti in cui i creditori non possono aggredire i beni dell’azienda. Si è provato anche a percorrere la via dell’affitto del ramo d’azienda, ma questa ipotesi si è interrotta bruscamente. Ora appare probabile che il 22 ottobre arriverà la richiesta di fallimento. E questo è il momento massimo d’incertezza per i lavoratori. Nessuno infatti garantisce loro una continuità del lavoro.
«Situazioni simili in passato si sono verificata - spiega Michele Folloni della Film Cisl - ma ci vuole un progetto per continuità occupazionale. E noi vogliamo risposte prima del 22».
Il lavoro non manca. Pignone infatti a breve dovrà affidare una commessa, cinque anni con un progetto di ampio respiro. E per farlo servono le maestranze, meglio se già navigate nel settore e con dell’esperienza alle spalle. Una commessa del genere probabilmente l’avrebbe presa Oma, ma la situazione chiaramente è cambiata. I sindacati vedono la soluzione: nuovo appalto con gli stessi lavoratori che danno garanzie sia alla nuova azienda che a Pignone, che con loro ha già lavorato.
Sembra un percorso lineare, ma così non è. Ed è per questo che la politica si deve prendere il compito di vigilare e mediare. Al presidio di ieri mattina è presente l’onorevole Martina Nardi del Pd, che d’intesa con sindacalisti e operai si attiva per aprire un tavolo in Regione. E dopo qualche minuto arriva la conferma: alle 11 di venerdì convocazione a Firenze con l’unità di crisi coordinato da Gianfranco Simoncini, che si occupa di attività produttive.
Concordano sulla richiesta di garanzie anche Luisa Petrini e Massimo Braccini della Fiom Cgil: «Se l’azienda non riesce a continuare agli operai va garantito un nuovo impiego. Ma è importante innescare un diverso meccanismo nel sistema degli appalti, che dia garanzie. Una clausola sociale che va ridiscussa a livello nazionale, altrimenti ci troveremo sempre in queste situazioni».
La cosa che fa più male ai lavoratori, e non solo, è che sulla capacità di creare percorsi virtuosi nel mondo del lavoro apuano da parte di Oma era stata anche la Regione. Che tre anni fa aveva cofinanziato, al 50%, un corso di formazione rivolto a 90 lavoratori poi effettivamente assunti. L’iniziativa fu accolta e celebrata con entusiasmo, ma ora qualche chiaroscuro emerge. E non solo per questo probabile finale con le carte in tribunale.
Pietro Della Pina è un operaio ex Eaton, che da disoccupato ha deciso di provare la via del corso di formazione. «Per diversi mesi siamo andati con i nostri mezzi a Firenze, chi in auto e chi con il treno. Spese che ci siamo pagati noi per intero. Uguale per il pranzo: spesso si finiva alle 16, ma dovevi pensarci da solo. Non è stata una cosa gratuita, abbiamo investito anche noi. Certo, è stato positivo perché abbiamo trovato un lavoro, ma c’è stato impegno».
Sempre con toni piuttosto enfatici venne annunciata l’assunzione di tutti a tempo indeterminato. Non andò così. «Io sono entrato come apprendista - spiega un altro operaio Oma, Patrick Cinquanta - come tutti quelli sotto i trent’anni. Poi qualche scatto si è fatto, ma lontano dalle promesse iniziali».
Si doveva partire da un quarto livello e invece per chi è stato assunto a tempo indeterminato si è cominciato dal secondo livello. Sono differenze di salario nell’ordine delle centinaia di euro.
Se c’è un luogo che racchiude l’essenza delle disparità che si generano nei sub appalti meglio d’altri è la mensa. I lavoratori Oma, a differenza di quelli Pignone, possono accedervi soltanto pagando sette euro e venti a pasto. Pur lavorando fianco a fianco, in un ciclo connesso.
Un incontro come quello di Firenze si terrà sempre venerdì a Pescara, dove lavora un’altra parte dei dipendenti di Oma. Per una questione che comincia ad assumere carattere nazionale. Ed è chiaro a tutti che anche il ruolo che deciderà di giocare Bhge, il committente della commessa, non sarà indifferente nella partita. Finora non ci sono stati contatti con i sindacati, ma l’intenzione è chiaramente di avere risposte anche da parte del colosso statunitense.
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