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«Sono felice per la sentenza, ma ricordare è doloroso»
Il presidente della consulta Bioetica: «Il processo andrà avanti, è un caso diverso» L’ex barista massese respirava in autonomia. L’11 novembre riprende il processo
massa. La decisione della orte Costituzionale sul suicidio assistito che stabilisce che non si può punire chi aiuta a morire un malato irreversibile e in grado di decidere avrà eco anche a Massa. Qui dove nelle aule di tribunale si discute il caso di Davide Trentini, l’ex barista malato di Sla che grazie all’aiuto di Marco Cappato e Mina Welby potè andare in Svizzera per mettere fine alla sua vita, così come da tempo aveva deciso. Welby e Cappato sono attesti in aula perl’11 novembre, entrambi accusati del reato di istigazione e aiuto al suicidio. Ma non è detto che la decisione di mercoledì sera della Consulta blocchi il processo massese.
Nell’ultima udienza del gennaio scorso, il presidente della corte d’assise Ermanno De Mattia aveva deciso per il rinvio spiegando di «di attendere la Corte Costituzionale per conoscere la decisione e soprattutto le motivazioni». I legali delle difese avevano infatti chiesto, richiesta accolta dalla corte, di sollevare una questione di legittimità costituzionale. Ora quella decisione c’è. E dice con chiarezza che non può essere condannato per istigazione al suicidio chi «agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».
La questione dei macchinari che tengono in vita però pone qualche problematica proprio riguardo a Trentini. A sollevare il dubbio è Maurizio Mori, presidente della Consulta di Bioetica Onluse membro del Comitato Nazionale di Bioetica. «Nella nota si parla di comitati etici senza chiarire quali sono e chi ne fa parte e, soprattutto, si fa riferimento solo all'aiuto al suicidio per persone che dipendono da supporti vitali. Rimangono così escluse molte tipologie di malati e tra questi anche Trentini. L'unica differenza tra i due - conclude Mori - è che Fabiano Antoniani era attaccato al respiratore e Trentini no».
«Nessuno potrà mai impedire ad un altro uomo di suicidarsi, gettandosi da un ponte, impiccandosi o sparandosi. Se un uomo vuole davvero morire, il modo lo troverà sempre. Forse una nuova legge sulla regolarizzazione del suicidio assistito permetterà di intercettare tante di queste persone e di convincerle a cambiare idea. Oppure moriranno come desiderato, ma in maniera più dignitosa, meno dolorosa e più umana». Così il dottor Massimo Angelotti, medico di Davide Trentini, commenta la sentenza della Corte Costituzionale, che secondo lui renderà il mondo e la medicina migliori. Angelotti è stato il medico di Trentini fino a pochi mesi dalla sua morte. «Conservo ancora la sua cartella clinica. È uno di quei pazienti che ti capitano una volta sola nella vita. Mi ha insegnato molto. Mi ha reso un uomo e un medico diverso».
Del suo stretto rapporto con Davide non ha mai fatto mistero: «lo guardavo ancora brillante, divertente, autoironico, anche se soffriva atrocemente. Non c’era un momento della sua giornata in cui non provasse dolore. Soffriva, lo vedevo- racconta il medico - Gli ultimi mesi non aveva praticamente più bisogno di me, neanche come mero prescrittore di antidolorifici. Mi diceva che voleva morire e io lo capivo. Ero d’accordo con lui, ma non glielo ho mai detto. Gli ho dato fino all’ultimo speranza nella terapia che stava seguendo, gli dicevo che aveva ancora il cervello intatto, che la malattia non lo aveva cambiato e che poteva continuare a vivere. Mentivo, perché avrei voluto dirgli: vai via da qui, esci dalle tue sofferenze». «Quando riuscì a mettersi in contatto con l’associazione di Cappato e Mina Welby- conclude- mi disse che morire era il regalo più bello che in quel momento la vita poteva fargli. Il giorno in cui morì- racconta sempre il medico- ne avevano parlato tutti i telegiornali, la foto di Davide era su tutti i siti, ma la madre mi telefonò per darmi la notizia; mi fece molta tenerezza: le dissi “Maria lo sa tutto il mondo di Davide” ma lei non se ne era resa conto. Per lei era morto un figlio, dal clamore esterno non fu neanche sfiorata».
In ogni caso la decisione della Consulta ha portato un piccolo soffio di ottimismo nella casa dove Trentini ha passato gli ultimi difficilissimi anni della sua vita. «Certo che sono felice della sentenza della Corte Costituzionale. Oggi sono più serena. Però mi fa male parlarne. E' troppo doloroso ricordare"» A parlare, raggiunta per telefono è Anna Maria Masetti, mamma di Davide Trentini. —
Libero Red Dolce
Manuela D’Angelo
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