La storia vista da Mieli affascina la città «Studiarla di più e per cambiare idea»
Il giornalista sul nuovo governo: «C’è uno scollamento con la gente. I politici preferiscono i magheggi alle urne»
A che serve studiare la Storia? A trovare contraddizioni. «Solo a quel punto comincia a essere utile» chiosa Paolo Mieli di fronte ad oltre 200 persone che lo ascoltano sul sagrato della Chiesa del Suffragio. Mieli, giornalista e storico, ex direttore de “La Stampa” e del “Corriere”, sabato sera è stato ospite del festival Con-Vivere dedicato alla formazione. La giornalista Manuela D’Angelo (“Il Corriere Fiorentino”, “Il Tirreno”) lo ha incalzato con domande sul posto che la Storia occupa nella formazione: «Noi pensiamo di essere alfieri del Bene contro il Male, così ci rappresentiamo il mondo - spiega Mieli - invece, se guardiamo in filigrana il nostro passato, ci apparirà pieno di contraddizioni. La mia ricetta è questa: cominciamo a fare chiarezza dentro noi stessi. Guardate all’alleanza del Pd con i 5 Stelle, pensate a come si cambia. O peggio a quando, nel 1939, i comunisti firmarono il patto con Hitler innescando la Seconda guerra mondiale. Questa è la Storia che va studiata: quella dei conti che non tornano, quella in cui ci siamo trovati, anche noi, dalla parte del Male. La Storia serve a cambiare idea, a modificarti; a non essere graniticamente convinto che il torto e la ragione si dividano con taglio netto». E a scuola la Storia non si studia abbastanza: «Si fa poco o nulla. Non trascurate la Storia - invita Mieli - considerandola inutile a fini pratici: non vi servirà a trovare un lavoro, forse, ma al secondo appuntamento della vita, quando un impiego lo avrete trovato e comincerete a guardarlo in modo critico, a ricercare un cambiamento. Allora sì che essere persone colte farà la differenza».
Mieli interviene anche sull’importanza di guardare la Storia dalla parte dei vinti: «Nel 1865, conclusa la guerra civile americana, le regioni del Nord avvolte nella bandiera dell’antischiavismo relegarono la causa del Sud in un canto. A 30 anni di distanza si cominciò a guardare a quella porzione di storia in modo critico. Ovvio che avessero ragione gli yankees, ma la questione era complessa, tant’è che Marx espresse grande simpatia per la cultura sudista (schiavismo escluso). A metà degli anni ‘30 del ’900 risale “Via col vento”, grande libro e poi grande film, che rivalutava, risarciva il mondo sudista. Noi col brigantaggio non abbiamo fatto niente di simile». Riflessione anche sugli errori della Sinistra, con sguardo critico al nuovo governo: «C’è uno scollamento col popolo. Si può andare a fare un governo dopo aver perso le elezioni senza uno straccio di contenuto? Per Salvini e il governo gialloverde io, intellettuale di sinistra, e il ceto a cui appartengo, abbiamo provato imbarazzo, come per Berlusconi nel ventennio precedente. Eppure il popolo è andato in altra direzione. Ho paura che sembriamo sepolcri imbiancati e i nostri politici preferiscano raggiungere il potere attraverso alleanze e magheggi piuttosto che all’appuntamento delle urne. Non credo che Salvini somigli a Hitler, né che negli ultimi anni l’Italia abbia corso il pericolo di un ritorno al fascismo. Certo, se si rialzasse dopo questa caduta potrei tornare qui a dire che ho cambiato idea». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
