Il presidio
Liviero e Sandrino, gli amici che camminano nella storia
Sono sopravvissuti all’eccidio di Tenerano, dove hanno perso molti familiari «Come ci si può scordare? Ma ora è un altro tempo, felici di questa visita»
fivizzano. Non puoi dimenticare, ma hai provato a vivere una vita normale. Una vita fatta di lavoro, incontri, scelte. Poi il ricordo torna. Con le immagini, i suoni, gli odori. Esperienza tua, anche quando condivisa. Torna così forte da deflagrare in lacrime. Liviero Furfori ha 93 anni e piange dietro i grandi occhiali da sole. Piange lacrime silenziose e contenute. Che non fanno rumore, ma tolgono le parole. Racconta a fatica quel giorno a Tenerano e le parole della sua mamma: «Disse a me, a mio fratello e a mio babbo di andare via, che le mucche sarebbe andata a mungerle lei». Era nella stalla e l’hanno ammazzata. Perché «erano già venuti il giorno del rastrellamento di Vinca, il 24 agosto. Erano venuti e avevano ammazzato 3 persone, ma sono ritornati il 13 settembre e hanno ucciso due famiglie». Una era la famiglia di Liviero, sua madre, il nonno e quattro fratelli». Dieci morti. Non lo puoi dimenticare. Non puoi, ma provi a vivere. Poi, quel ricordo torna nella sua forza. E Liviero, silenzioso, piange.
Al suo fianco siede l’amico Sandrino Tonetti. Quattordici anni ai tempi delle stragi, novanta oggi. «Ma la memoria è come un computer. Se mi dicessero di dire cosa c’è scritto sul giornale di ieri, ecco, io potrei dire tutto. Articolo per articolo».
Ci serviamo di questo prodigio allora per provare a tornare all’agosto di 75 anni fa. Sandrino lo chiamavano “Marinelli”. Aveva un nome di battaglia perché era una staffetta partigiana. «Portavo aiuto, messaggi a chi stava in montagna», spiega lui. La sua salvezza dall’eccidio fu una fuga tra le bestie. «E non solo dalle bestie, quelle erano i nazisti», puntualizza Tonetti. La sua fu davvero una fuga tra gli animali, perché quando i tedeschi stavano venendo su a Tenerano si sentivano le prime fucilate. In casa si avvertì il pericolo e ci si preparò per la fuga. La madre e la nonna andarono giù dov’erano conservati formaggi e altro cibo che volevano prendere prima della fuga. L’unico però a sottovalutare il pericolo fu il nonno.
«Si affacciò dal balcone, aveva perso tempo. Non credeva fossero i nazisti. Da lassù poi chiese che cosa poteva prendere. Non sapeva ancora che avrebbe pagato con la vita quel ritardo. Suo nipote con la famiglia erano scappati da dietro, dove c’erano gli animali. Lui non fece in tempo a raggiungerli, incontrò i nazisti. «Gli spararono, lui finì in un canale. Gli spararono senza motivo».
Erano fasi concitate che Tonetti riesce a rievocare con la facilità di chi pare averle vissute da poco. Si sono impresse nella memoria e non vanno più via. «C’erano due gruppi di partigiani, uno stava a monte di quell’altro. Da sopra cominciarono a sparare verso il basso, dove c’eravamo noi. Io insieme ad altri andammo a fermarli. I nazisti in realtà si erano fermati giù, avevano paura ad avanzare ancora». Ieri era contento di essere in piazza con i due presidenti. «Cosa posso dire: se fossero ancora quei tempi lì avrei difficoltà a dire qualcosa al presidente tedesco. Come si fa a scordarsi che cosa hanno fatto? A lui - indica Furfori - hanno ucciso i familiari . Li hanno bruciati dopo morti o da vivi? Sono cose che ti restano dentro. Ma oggi è un altro tempo. E oggi bisogna cambiare, per fortuna si è cambiato. I giovani devono sapere che questa è la cosa più importante».
Applaudono alle parole dei presidenti fino alla fine. Appena finito si alzano e gli vanno incontro. La storia cammina insieme a quei due. —
Chiara Sillicani
Libero Red Dolce
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