Il Tirreno

proteste in consiglio comunale 

«È stata interruzione di pubblico servizio»: Benedetti va in procura

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MASSA. Il presidente del consiglio comunale Stefano Benedetti presenta un esposto alla Procura della Repubblica su quanto accaduto la sera di mercoledì scorso in consiglio comunale. Nell’esposto che ha reso pubblico, Benedetti ricostruisce a suo modo la seduta parlando di reato di interruzione di servizio pubblico «con l' aggravante della premeditazione».

«Di fronte ad una folla che urlava a squarciagola e che faceva gesti assimilabili alla violenza corporale, dopo aver provato in tutti i modi di fare resistenza alle illegittime richieste di sospensione dell'assemblea, respinte al mittente per ben due volte dalla maggioranza del consiglio ed al momento della lettura della relazione da parte dell'assessore Paolo Balloni disturbata a tal punto che non era possibile sentirne le parole, proponevo al consiglio la definitiva interruzione che veniva accolta a maggioranza. Prima, però, portavo in votazione un atto prioritario e urgente per la città, come le modifiche al Regolamento per la Consulta dello sport», ricostruisce Benedetti. E per lui «è ovvio, che ci si stata premeditazione e che la responsabilità dell'interruzione ricade esclusivamente sui contestatori, che inveivano con gravi offese contro il sottoscritto, ma anche contro gli assessori e consiglieri, in particolare. Gli stessi consiglieri di minoranza urlavano, anche frasi sconnesse ed offensive, contro l'amministrazione e boicottavano il consiglio con numerose richieste di parola, decidendo poi di abbandonarlo per cercare di mettere ulteriormente in difficoltà la maggioranza». Il presidente del consiglio comunale fa presente alla procura che la seduta è stata ripresa dall'emittente Antenna 3 e che «gli stessi agenti della Questura hanno ripreso le fasi più salienti della protesta».

E, dunque, Benedetti chiede che la magistratura «avvii le indagini per identificare gli eventuali responsabili che hanno causato l'interruzione del consiglio comunale, in applicazione dell'art. 340, comma 1 del Codice penale, per condotta dolosa tesa a cagionare una alterazione del funzionamento del consiglio stesso». —



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