Il presidio
Mostra di Canova, il viaggio tra specchi e multimediale (ma senza sculture)
Esposizione a Carrara, l’assessore Forti: "è una mostra della lentezza, bisogna prendersi tutto il tempo". Effetti speciali e documenti: ma le opere in marmo sono le grandi assenti
CARRARA. Per fare l’avvocato del diavolo è doveroso dire che i cinque gessi che fanno parte della mostra “Canova il viaggio a Carrara” al Carmi fino al 10 giugno del 2020, sono stati esposti già altre volte. Sono di proprietà dell’Accademiadi Belle Arti. Quindi si gioca in casa.
Ma, per dirla con gli esperti (Mario Guderzo direttore della gipsoteca di Possagno curatore della mostra carrarese), si tratta di qualcosa di diverso di una mera esposizione di opere. È un “viaggio” appunto, lo si evince pure dal titolo, e la multimedialità svolge un ruolo fondamentale.
Si tratta di una “mostra della lentezza” ha ribadito il concetto l’assessore alla cultura Federica Forti durante la preview alla stampa. Quindi bisogna prendersi tutto il tempo e ascoltare, muniti di audioguida, il racconto di Adriano Giannini, l’attore italiano è infatti voce narrante dell’evento ospitato al piano terra del Carmi.
È doveroso a questo punto precisare che, nella visita di ieri mattina (anche per motivi di tempo) non siamo stati - noi giornalisti - muniti di cuffie e a illustrare la mostra è stato il curatore, Guderzo.
Il risultato è efficace sì, ma lascia qualche perplessità. E, forse per chi è abituato alle mostre classiche, quelle in cui a farla da padrone sono le opere, resta un po’ di amaro in bocca.
Forse sono le aspettative sbagliate, è doveroso fare autocritica. Lo stesso curatore ha spiegato, prima del tour nelle stanze del Carmi, che a Venezia l’esposizione di Canova è stata fatta solo a livello multimediale. A Carrara ci sono cinque opere. Cinque gessi (nessuna opera di marmo).
La visita, o meglio la scoperta di “Canova il viaggio a Carrara” fatta senza audioguida dura veramente poco. Si svolge nelle stanze al piano terra del Carmi: nella prima stanza l’autoritratto dello stesso Canova che si è immortalato ben 275 volte. In questo caso si tratta di un calco, l’ultimo step dell’opera che viene fatto dopo aver prodotto la scultura in marmo. A fare la differenza - ha spiegato Guderzo - sono i capelli, «qui molto più delineati». In un gioco di specchi e un allestimento suggestivo si passa alla seconda stanza dove si può ammirare la “Venere italica”, il gesso di Canova di proprietà, come gli altri dell’Accademia. Si passa poi nella sezione che ospita due opere che hanno come fil rouge la danza: la “Danzatrice col dito al mento” e “Maddalena giacente”, gessi di cui si sono persi gli originali, o meglio sembrerebbero essersi piazzati in esclusive collezioni private siberiane.
Se non si cede alla lentezza (come consigliato dall’assessore Forti) si arriva all’ultimo step della mostra. Una installazione che offre in modo inedito l’occasione di esplorare i dettagli dell’opera “Paolina Borghese”. La si vede attraverso delle lenti, con un gioco di immagini steroscopiche. Con le mani poggiate sulla morbida imbottitura della struttura che racchiude l’installazione. Un effetto speciale. Che tanto speciale non sembra. —
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