Meteo
Processo per la "cresta" sui loculi ad Apuafarma: «Mancavano molti scontrini»
Imputati due dipendenti. L’ex amministratore Volpi fece partire le indagini, in ballo 400mila euro di ammanchi
CARRARA. A denunciare gli ammanchi del settore cimiteri fu Fabrizio Volpi, alloramministratore della partecipata del Comune Apuafarma. Presentò una denuncia dopo un’indagine interna, perché i torni tra le pratiche e i soldi incassati non tornavano. E ieri lo ha confermato in aula: «verificando i dati notai delle incongruenze con quello che risultava nell’archivio informatico e in quello cartaceo. E in effetti mancava del denaro».Sono finiti nei guai due dipendenti di Apuafarma dopo quella denuncia, subito sospesi dal servizio a seguito dell’indagine interna. Quegli ammanchi, si parla di quattrocentomila euro dal 2008 al 2014, sarebbero stati volontari. Da qui la sospensione dei due dipendenti. Una volta arrivato alla guida di Apuafarma Volpi aveva, complice qualche pesantezza di troppo sui conti, cominciato a dragare un po’ i bilanci
. E aveva avuto, subito, l’impressione che qualcosa non tornasse. L’impressione è stata confermata dai numeri: mancavano all’appello circa 400mila euro.Una volta individuati come responsabili i due dipendenti, per via delle firme sulle pratiche, li ha denunciati. Uno di loro ha patteggiato la pena, ha versato un assegno di 25mila euro alla società che, per tutelarsi nella prima e delicatissima fase della vicenda aveva provveduto a impegnargli la casa. L’altra dipendente sta invece affrontando il processo che ieri ha visto una delle sue udienze in aula.Prima di Volpi sono comparsi di fronte al presidente Augusto Lama, a guida del collegio composto dai giudici Valentina Prudente e Fulvio Biasotti , una serie di utenti del servizio cimiteriale. Il resoconto delle loro storie è sintetizzabile così: dopo la morte di un caro o di un parente si recavano negli uffici di Apuafarma per prendere un loculo.
Lì i dipendenti in questione spiegavano la procedura, rilasciavano una ricevuta (non fiscale) da portare al cimitero che attestava la transazione e avrebbero dovuto rilasciare uno scontrino. In teoria almeno. In pratica invece, almeno è questa la tesi della pm Alessia Iacopini, la carta per stampare gli scontrini rimaneva bianca.Lo spiega d’altronde anche Volpi: «Le persone si rivolgono all’ufficio cimiteri che deve fare un modello cartaceo e informatico, poi l’utente paga e viene rilasciata una copia della pratica. Siamo risaliti ai due dipendenti perché su quelle pratiche c’era la loro firma. Abbiamo fatto un’indagine interna quando abbiamo avuto sentore degli ammanchi e verificando si trovavano pratiche eseguite che erano dentro gli archivi ma che poi mancavano dalla prima nota.
È stato piuttosto semplice, da questo punto di vista, collegare gli ammanchi alle specifiche operazioni. In un primo periodo mancavano gli scontrini solo delle pratiche che si decideva di non registrare, diciamo così. Poi è cambiato il metodo: gli scontrini venivano emessi tutti alla fine della giornata di lavoro, decidendo alla fine quali non registrare. E chiaramente nessuno veniva dato ai clienti, neanche quelli regolari a quel punto». Dalle dichiarazioni dei testimoni è emerso come questi fossero sollecitati al pagamento in contanti. Il giudice ha rinviato al 30 settembre, quando verranno ascoltati altri utenti .
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
