Partaccia, tra turismo e polo chimico «Il Sin? Mi fa più paura il depuratore»
La storia di un pezzo di territorio. E gli operatori ricordano: i veleni non sono in costa, ma dove venivano lavorati
È sintesi di un territorio e della sua storia, di una città sospesa tra una zona industriale che, seppur calata dall’alto, a tanti massesi ha dato da mangiare, e una vocazione turistica scoperta e valorizzata troppo tardi. Quando le industrie già si erano insediate e spesso già avevano lasciato segni - e pesanti - del loro passaggio. Partaccia, stretta striscia di terra tra il mare e la lingua di asfalto di via Massa Avanza, tra l’attualità del turismo e il passato del polo chimico. Con le sue scogliere e i 33 campeggi, con gli stabilimenti balneari e 200 licenze commerciali, con i suoi abitanti che i veleni del polo chimico li conoscono bene perché in quel polo ci hanno lavorato, ma nel piatto in cui hanno mangiato raramente sputano.
Certo non ci sputa Anna Del Freo, 79 anni. Vive in via Lavello e non rinnega gli anni nell’azienda che le «ha permesso di crescere tre figlie». Alla Montedison faceva la cuoca e i picchetti li vedeva, ma non li ha mai fatti: «Sapevamo cosa si produceva lì. Lo sapevamo tutti, ma non possiamo essere bugiardi. In questa via c’erano baracche e grazie alla Farmoplant sono nate le case». L’ambiente sacrificato sull’altare del lavoro. Un conflitto che ha segnato non solo famiglie, uomini e donne, ma un’intera generazione politica di sinistra, combattuta, in questa terra, tra la cultura operaista e le prime avanguardie ambientaliste. E quando Alessio Viviani, classe 1980, nipote di Anna, accompagnato dal suo maestro delle elementari, andava a fare cortometraggi sul pericolo delle industrie chimiche, nonna Anna gli ricordava che la sua famiglia con Montedison ci mangiava. Anna alla ex Farmoplant andava ogni mattina e, forse perché l’abitudine vince la paura, non ha mai avuto timori: «Se devo essere sincera, mi fa più paura il depuratore, gli odori che qui si sentono ogni giorno. Quest’anno - ammette - va meglio, ma la scorsa estate era insostenibile». L’abitudine che vince la paura in un territorio che la questione ambientale ce l’ha incisa sulla pelle: alla fine di via Baracchini ci sono le case edificate negli anni ’70. Espropriati i terreni per realizzare l’autostrada, a chi aveva perso la terra si costruì una casa. E il tetto di quella casa - era del tutto normale all’epoca - era, e in molti casi è rimasto, in eternit. Del resto l’eternit fa da copertura pure ad alcuni gazebo del mercatino, di proprietà comunale: basta salire sulla terrazza dello stabile accanto per vederli.
Chi vive a Partaccia, di fronte ai dati sugli inquinanti nella falda, non è rimasto a bocca aperta: cosa è stata la zona industriale lo sa. Ma sa anche - e tutti lo ribadiscono da quelle parti - che nella fascia costiera non sono state rintracciate le sostanze individuate invece dove il polo chimico era insediato. E molti - non tutti disposti a dire nome e cognome - assicurano che se un inquinante c’è, è nella «fascia più superficiale perché se si perfora la roccia e si raggiungono i 40 metri, l’acqua è pura». Massimo Arrighi, titolare dell’omonima trattoria pizzeria, proprio davanti al mercatino, è un chimico e ci tiene a ribadire che i veleni nella falda non sono stati trovati a Partaccia: «Pensi al cromo esavalente - cita una delle sostanze più pericolose - è stato rivenuto, ma certo non qui. È stato trovato dove veniva lavorato». E se in quel di Partaccia la percentuale di tumori è elevata - è una percezione perché non ci sono dati puntuali sulla zona - è anche perché «chi oggi vive qui, nella maggior parte dei casi ha lavorato al polo chimico». Non è il Sin - e se fai un giro da quelle parti lo capisci subito - a preoccupare, piuttosto è il depuratore. Preoccupa Anna che vive in via Lavello, preoccupa Massimo che si chiede perché «non sia stata fatta una vasca di contenimento se il Lavello 2 fatica» e gli escherichia coli finiscono in mare. Massimo ricorda bene quando il Lavello aveva 2 rami e quello secco faceva da cassa di espansione a quello attivo. Poi su uno di quei rami è arrivato l’asfalto: «È stata realizzata la strada ed è stato chiuso». Il depuratore preoccupa anche Fabio Bertelloni che non ha dubbi: «Siamo 70.000 persone in città, in estate con l’arrivo dei turismo diventiamo 120.000 e l’impianto non regge». Ma se si mette in ginocchio Partaccia a rimetterci - lo spiega Alessio Viviani - sono pure le casse del Comune. Perché solo con la Tari, di soldi in via Porta Fabbrica, dritti dritti da Partaccia, ne arrivano tanti. Il problema - quello che lo stesso Alessio ribadisce - è la tempistica. E non solo per il depuratore, ma pure per i dati sulla falda: «Se c’erano da marzo, da marzo avrebbero dovuto essere noti». Partaccia non si spaventa, ma chiede trasparenza .Perché il polo chimico ora non c’è più, seppur ci sono le ferite che ha causato. Adesso non c’è da scegliere. Rimane una cosa sola. E si chiama turismo. —
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