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il processo 

Cadono le accuse per l’operaio accusato di mafia ed estorsione

Libero Red Dolce
Cadono le accuse per l’operaio accusato di mafia ed estorsione

Secondo la dda minacciò e ottenne soldi dal datore di lavoro Il Pm Manotti ha chiesto 10 anni, il tribunale lo ha assolto

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Crolla tutto l’impianto accusatorio contro Bernando Monachella, l’operaio di 42 anni a processo estorsione nei confronti del suo datore di lavoro, Cristoforo Palmieri, aggravata dal metodo mafioso. Crolla quando alla richiesta di 10 anni di carcere avanzata dal pm Federico Manotti, della direzione distrettuale antimafia di Genova, il giudice risponde stabilendo che Monachella va assolto perché il fatto non sussiste.

A pronunciare la sentenza è il giudice Ermanno De Mattia, che presiede il collegio insieme alle giudici a latere Valentina Prudente ed Antonella Basilone. E entro 90 giorni saranno depositate le motivazioni che chiariranno le ragioni che hanno portato i giudici a decidere per l’assoluzione.

Che il processo potesse marciare verso questa direzione ha cominciato a essere chiaro, o intuibile, durante le ultime audizioni di testimoni. Ma prima bisogna ricostruire sommariamente il caso: Monachella, difeso dal legale siciliano Rocco Guarnaccia, secondo l’accusa aveva chiesto 11mila euro aPalmieri, imprenditore di 47 anni titolare della Soces, ditta con dei lavori in subappalto al Nuovo Pignone. Soldi che servivano ad aiutare i familiari dei detenuti siciliani. Il 42enne aveva chiesto soldi dietro minaccia di ritorsioni da parte della Stidda, associazione mafiosa attiva in Sicilia.

L’impianto accusatorio si basava molto su alcune dichiarazioni rese da alcuni testimoni, colleghi di Monachella all’epoca dei fatti. Dichiarazioni peraltro firmate e sottoscritte e presentate in procura.

Il loro racconto una volta in aula però ha cambiato registro. Molte omissioni e non ricordo, ma soprattutto una decisa retromarcia per quanto riguarda le minacce che Monachella avrebbe rivolto a Palmieri. Quelle non le hanno mai sentite, hanno detto entrambi. Qualcuno di loro ha sentito riferire delle cose, voci riportate da terzi e poi diventate convinzioni.

Le accuse lanciate contro Monachella in quelle dichiarazioni rilasciate alla polizia però non erano banali: minacce, mille euro estorti ogni mese, passaggi di denaro visti, atteggiamenti mafiosi. Durante gli interrogatori queste cose divengono fantasie, o meglio chiacchiericcio.

I suoi sospetti su possibili pressioni arrivati ai testimoni il pm Manotti le esplicita fin dal primo interrogatorio con ritrattazione, quello cioè del capocantiere Roberto Farano. Dopo una serie di «non ricordo», qualche «avrò sentito» e i più decisi «questo non lo ha fatto», Manotti in quell’udienza chiese al testimone se ci fossero state pressioni, telefonate per non farlo parlare. Eventualità respinta però dal diretto interessato.

«È un dato di fatto - dice Manotti in aula - che i testimoni abbiano avuto un atteggiamento molto reticente, avevano difficoltà a confermare le dichiarazioni rilasciate alle forze dell’ordine. Probabilmente farò appello, ma prima bisognerà leggere le motivazioni». Soddisfatto l’avvocato Guarnaccia, che ricorda che l’accusatore di Monachella, Palmieri, aveva avuto guai giudiziari con un sequestro di due milioni di euro da parte della Dia di Caltanissetta. «In aula si è paralto d’intimidazioni, di atteggiamento truce del mio assistito. Ma non si può fare l’equazione sicilia uguale mafia». —

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