Il Tirreno

condannati cinque lavoratori 

Ventimila euro di spese legali per il ricorso sull’amianto

Libero Red Dolce

La Cassazione non riconosce il danno morale per aver lavorato al Nuovo Pignone in un ambiente dove molti si sono ammalati

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massa. Altri cinque operai, ex dipendenti del Nuovo Pignone, si sono visti negare dalla Cassazione il riconoscimento del danno morale per la loro vita a rischio, lavorando a contatto con le fibre d’amianto. E anche per quest’ultimo blocco di lavoratori che avevano fatto ricorso, che si somma ad altri sette colleghi, è arrivato il rigetto: dunque i lavoratori sono costretti a pagare 4mila euro a testa per le spese legali sostenute.

La sentenza della Cassazione è stata depositata lunedì, ma fa parte di uno stesso gruppo di ricorsi, i ricorrenti erano 12, che hanno tutte lo stesso relatore: la giudice Daniela Calafiore. Nelle motivazioni argomenta che i «giudici di secondo grado sono stati corretti nel sostenere che "non erano stati allegati (al ricorso) elementi obiettivi, dotati di un sufficiente grado di specificità sulla base dei quali risalire alla sofferenza e al cambiamento delle abitudini di vita derivanti dalla consapevolezza della esposizione lavorativa ad agenti nocivi». Tre di questi operai avevano ricevuto un risarcimento per danno biologico: si erano ammalati ed era stata riconosciuta la connessione con l’esposizione al lavoro. Si calcola che solo al Nuovo Pignone siano almeno 80 le persone che si sono ammalate di asbestosi, tumori della pleura, mesotelioma, carcinoma polmonare. Malattie spesso mortali, con una latenza lunghissima: significa cioè che una volta inalate le fibre di amianto, la malattia resta lì, silenziosa e impercepibile, anche per 20/30 anni. Tutto il tempo di andare in pensione, svolgere mille altre attività prima di ammalarsi. E se spesso a questi dipendenti i giudici hanno riconosciuto un danno biologico, dunque quello specifico determinato dalla malattia messa in relazione all’ambiente di lavoro, altrettanto spesso non è stato riconosciuto il cosiddetto “danno morale”.

Fino al 2014 l’orientamento prevedeva una compensazione delle spese legali per i lavoratori che decidevano d’intraprendere questo tipo di cause. Una condizione che aveva messo in grado i dipendenti, assistiti dall’avvocato Nicoletta Cervia, di dare il via al procedimento legale. Questo sistema di cose fu però messo in crisi da una riforma del 2014, che prevedeva che le spese legali non venissero compensate, se non in rarissimi casi. La sentenza 47 del 2018 della Corte Costituzionale in realtà aveva dichiarato incostituzionale l’articolo 92 della riforma 2014. Questo perché va considerato che le situazioni della cause tra datore di lavoro e lavoratore presentano diverse consapevolezze. —

Libero Red Dolce

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