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«Cave, questa destra rincorre il modello miniera a cielo aperto»
MASSA. Franca Leverotti, storica ed esperta di ambiente, sottolinea in una nota che «come dice Paolo Gozzani, gli utili delle aziende del marmo sono “stratosferici”, anche se ancora molto lontani da quelli dall’azienda Prada che produce le borsette citate dal dottor Andreani, con la differenza che la materia prima in questo caso è un pezzo di monte irriproducibile, acquistata non a prezzo di mercato (se ci potesse essere un controvalore che ci ripaga dallo scempio, dalla distruzione e dall’inquinamento che ne deriva), ma svenduta dalle Amministrazioni a cifre ridicole e ridotta a quel prelievo del 10% del prezzo di mercato (foriero di danno erariale) imposto dalla Regione». A suo avviso, «La politica di questa destra sembra rincorrere quella folle miniera a cielo aperto che è il modello Carrara, e, volendo incentivare le entrate del marmo, non ha pensato a fondare il prelievo del 10% sulla base di un valore commerciale del marmo che cerchi di avvicinarsi alle reali transazioni, ma si è piattamente adagiata su quanto fornito del Centro di Geotecnologie di Siena».
«Che fare allora per aumentare il bilancio? Niente di meglio che riaprire nuove cave, sembra una cinquantina (vogliamo sperare comprese le 17 attive): la devastazione, l’inquinamentosaranno maggiori, ma il bilancio crescerà. Sull’avventura marmo, in vista dei lauti profitti, si stanno gettando anche novelli imprenditori che abbandonano l’edilizia e il commercio, grati all’amministrazione che chiede alla Regione di triplicare il quantitativo massimo estraibile nei prossimi 20 anni portandoli a 4,5 milioni di metri cubi! Sono montagne? Che importa?».
Franca Leverotti ricorda che è vigente un regolamento urbanistico che nelle more dell’attivazione dei piani di bacino vieta l’apertura o riapertura di cave, e anche che «l’amministrazione del podestà Bellugi nel 1925 si era fatto dare dagli industriali 9 milioni (anche allora guadagni stratosferici) “ per rinnovare Massa dalle fondamenta”. E a Bellugi - aggiunge - «questa destra si dovrebbe ispirare quando nello schema di regolamento per le cave, redatto dal segretario generale dott. Turchiarulo, affermava che la concessione è limitata unicamente all’agro marmifero e alle pertinenze necessarie per l’esercizio delle cave (v. oggi L.R. 35/2015, ma alcune nostre cave raggiungono pertinenze di 350.000 mq!), quando stabiliva di rinnovare ogni 5 anni il canone fissato in 1/20 della produzione, quando fissava la tassa sui marmi scavati in ragione della distanza dalla città e della qualità del marmo, assegnando i valori più alti a Bianco P e Rosa fior di pesco…( il Calacatta Caldia non era allora di moda come la borsetta di Prada); quando affermava che le cave sono della collettività e le affrancazioni debbono considerarsi illegittime e dunque mai avvenute (e questo vale per quei concessionari che anche a Massa rivendicano la proprietà della cava e hanno influenzato un impiegato del Comune che ha messo un ridicolo “beni estimati” nella mappa delle cave del Piano Strutturale)». «Non ci faccia questa amministrazione rimpiangere un podestà fascista di un secolo fa. Cerchi di agire per quel che può svincolandosi dai quei poteri forti perduranti che ostacolarono il podestà e la sua proposta di tutela dei beni della collettività». —
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