Il Tirreno

in tribunale 

«Aiuto mi hanno rapinato» Ma si era inventata tutto

A.V.
«Aiuto mi hanno rapinato» Ma si era inventata tutto

Sotto accusa per peculato, simulazione di reato e procurato allarme la titolare dell’ufficio Aci di Caniparola. In aula la sua deposizione choc

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FOSDINOVO. La sua telefonata era arrivata al 112 alle 19 e 52 del 25 gennaio dello scorso anno. «Aiuto, mi hanno rapinato: un uomo vestito di scuro e con il casco nero mi ha buttato a terra e poi è scappato. Mi ha rubato tutto l’incasso». Ma quella rapina, in realtà non c’era mai stata. La titolare dell’ufficio Aci di Caniparola Sandra Bianchi si era, come lei stessa ha confessato, inventata tutto.

La signora (sospesa dal suo incarico dall’Aci dopo questa vicenda) è finita a processo per peculato – secondo l’accusa parte del denaro oggetto della finta rapina sarebbe dovuto finire nelle casse dell’erario come pagamento dei bolli automobilistici – simulazione di reato e procurato allarme.

In aula, davanti al giudice Ermanno De Mattia è stata ricostruita la vicenda. Sono stati quindi sentiti i carabinieri che si erano occupati delle indagini immediatamente dopo la falsa rapina.

«La signora ci aveva parlato di un uomo vestito di scuro scappato a bordo di un ciclomotore dopo averla spintonata, gettata a terra e rubato il sacchetto color arancione con tutto l’incasso della giornata, circa 8mila euro – è stato raccontato in aula – Abbiamo subito fatto dei controlli sfruttando le immagini delle telecamere di un bar vicino all’ufficio Aci: a quell’orario non c’era nessun uomo col casco nei dintorni».

Il “caso” i carabinieri lo avevano quindi risolto in meno di 24 ore: quando la signora era andata a sporgere denuncia, alla compagnia di Fosdinovo, gli era stato riferito proprio il particolare delle telecamere. A quel punto la donna aveva confessato di essersi inventata tutto perché in quel periodo avanzava crediti con diverse concessionarie e aveva bisogno di soldi per le spese “vive” dell’ufficio.

Ed è proprio questa la versione che la signora (assistita dall’avvocato Marino Leva) ha ribadito davanti al giudice.

«Era da tempo che avevo crediti da riscuotere, avevo fuori 18mila euro e nonostante le mie sollecitazioni non riuscivo a farmi pagare tutti i soldi che, ad esempio, avevo anticipato per i passaggi di proprietà delle automobili - ha spiegato - La notte non riuscivo a dormire dai pensieri, e quella mattina avevo chiesto di nuovo aiuto a mio marito, chiedendogli soldi dai suoi risparmi personali. Quando lui si è opposto all’idea di rimettere soldi nel mio ufficio ho avuto quell’idea di mettere in scena la finta rapina. Io avrei voluto soltanto smuovere mio marito, dicendogli che mi avevano derubata. Infatti lui la sera si era reso subito disponibile a darmi lui i soldi. Ma poi mi sono ritrovato dentro una cosa più grande di me. La denuncia e tutto il resto. Quei soldi li avrei usati per pagare l’Iva, le dipendenti, non per scopi personali».

E quei soldi, è stato ricordato davanti al giudice e al pm Alessia Iacopini, i carabinieri li hanno trovati proprio su indicazione della signora, allora titolare dell’ufficio, in una cassaforte a cui lei aveva accesso. La donna non aveva inoltre presentato alcuna denuncia all’assicurazione. «Ero disperata, volevo solo avere un po’ di denaro per le spese ed ero alle prese con creditori insolventi». Il processo è stato aggiornato al prossimo 13 marzo. —

A.V.

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