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«Il marmo si quota in Borsa ma serve un fondo per la città»
La proposta: «Investire i proventi dell’estrazione per avere una garanzia quando le risorse in montagna finiranno». E alzare al massimo la tassazione
CARRARA. Maxi fatturati e utili del settore marmo: il collettivo “Massa città in comune” replica all’’analisi del fiscalista Giulio Andreani. «Il marmo come una borsa di Gucci secondo il fiscalista di Carrara, ma è proprio così? - si legge nella nota - Ci permettiamo di dissentire. Il paragone non regge per la semplice ragione che le borse sono fatte con tessuti, o con altri materiali, che bene o male possono essere prodotti nuovamente senza incidere sul territorio al netto dell’impronta ecologica. Il marmo invece modifica la conformazione del territorio, si strappano alla natura intere parti di montagne che non possono più ritornare a essere come prima, si altera in modo irreversibile un equilibrio costruito in milioni di anni di evoluzione geologica».
E l’analisi di Massa città in comune prosegue. «Certo il dott. Andreani ha ragione quando indica nel lusso il modello a cui gli industriali del marmo aspirano, lo osserviamo da anni questo trend di rilancio dell’immagine che vuole far dimenticare la distruzione ambientale prodotta dal modello estrattivo- prosegue la nota - Andreani e altri bravissimi consulenti, che ruotano intorno al mondo del marmo, però sanno bene che quotarsi in borsa significa dover rendere conto, oltre che sui bilanci, anche sulla responsabilità sociale di impresa. Per questo stanno preparando il terreno, una nuova verginità mista al mecenatismo, per rapportarsi ai grossi investitori internazionali, che però negli ultimi anni stanno cambiando umore sull’investire i loro ingenti capitali in aziende che distruggono l’ambiente. La sostenibilità sociale ed ambientale è un considerato oramai elemento fondamentale nelle scelte di investimento. Dunque la strada della quotazione in Borsa per qualche colosso, i cui azionisti nel paese d’origine non se la passano bene, non sarà così semplice».
«Lo vogliamo dire al dott. Andreani, agli azionisti locali e alle istituzioni del territorio, la strada della quotazione in borsa senza mettere in conto un intervento della Cassa Depositi e Prestiti o della Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara non sarà una passeggiata indolore - continua la nota - Le montagne sono del popolo italiano non certo di chi pensa che sia tutto un bene estimato. Le Apuane sono un bene comune e non resteremo certo fermi e silenti ad accettare passivamente l’ennesima transazione finanziaria che fa passare la proprietà della Apuane da un capitalista a un altro. Quello che i giornali hanno scritto e cioè che i proventi della tassa marmi sono spariti chissà dove nei bilanci comunali, ha un fondo di verità. Una classe dirigente politica seria avrebbe creato il Fondo Sovrano Apuano con i proventi della tassa marmi, alzando tale tassazione al limite più alto possibile visto il rapporto ricavi/utile dell’industria estrattiva locale».
Arriva quindi un appello all’amministrazione carrarese. «Da Massa lanciamo un appello alla giunta cinquestelle di Carrara, studi la possibilità di costituire il Fondo Sovrano Apuano in cui far confluire i proventi della tassa marmi come primo passo per arrivare nei prossimi anni a estendere questo fondo a tutti i comuni delle Apuane in cui si svolge attività estrattiva. Il modello a cui ispirarsi è il Fondo Sovrano Norvegese, fatte le debite proporzioni, che si preoccupa di creare una ricchezza finanziaria per quando l’estrazione di petrolio e gas finirà. Le Apuane sono un Bene Comune e devono trovare un altro modello di sviluppo che non sia solo estrattivismo selvaggio, i comuni devono arrivare ad avere un Fondo Sovrano Apuano e spetta a Carrara il primo passo.La politica locale deve tornare ad avere il primato sull’industria estrattiva e non essere più l’ancella servente». —
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