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«Operai ridotti quasi in schiavitù minacciati di morte e in fuga»
Tre vetroresinatori pakistani hanno avuto il coraggio di fare denuncia al sindacato Oggi sono nascosti, vivono nel terrore. Spari in patria contro le loro famiglie
Sono nascosti da oltre due mesi, tre operai del vetroresina pakistani, nessuno sa dove vivano e secondo alcune voci hanno lasciato Carrara, per paura di venir uccisi dai loro datori di lavoro. E intanto, nella loro patria, in Pakistan, le famiglie vivono nel terrore, qualcuno ha sparato alle finestre e sono arrivate minacce.
Tutto è documentato in una querela depositata dai tre operai in Questura, una mattina, dopo essere stati picchiati a sangue, in piazza Garibaldi, dai loro datori di lavoro. Ad accompagnarli in questura fu Paolo Gozzani segretario provinciale della Cgil, a cui si erano rivolti qualche tempo prima per denunciare le atrocità che avvenivano sul loro posto di lavoro.
La storia inizia nel 2014 quando i tre arrivano in Italia e iniziano a lavorare nel settore della vetroresina alle dipendenze di un connazionale, titolare di una società della nautica, con capannone al confine tra Massa e Carrara. «Abbiamo inizialmente lavorato due o tre mesi senza contratto – raccontano i tre – poi siamo stati regolarizzati, venivamo pagati con bonifici ma dovevamo restituire una parte del denaro in contanti, al nostro datore di lavoro, per l’affitto di un appartamento che dovevamo dividere con altri connazionali. 100 euro al mese per ognuno di noi. Dovevamo anche versare una somma mensile per farci accompagnare al lavoro». I tre operai lavoravano dalle dieci alle tredici ore al giorno, con mansioni di resinatori, senza alcuno strumento di protezione, mascherine, o aspiratori e venivano trattati malissimo. Erano come degli schiavi: offese, ingiurie, punizioni. Se il lavoro non era perfetto venivano rinchiusi, bagnati con acqua fredda, sequestrati per giorni. Con coraggio i tre si rivolsero alla Cgil, per denunciare i titolari della ditta, ed è a quel punto che le cose peggiorarono: minacce di morte se non avessero ritirato le denunce, poi un agguato in piazza Garibaldi, coltellate e pestaggi. Era il 5 ottobre scorso. Sanguinanti, con le prime luci del mattino i tre tornarono da Paolo Gozzani, alla Cgil, per chiedere aiuto e il segretario capì che era il caso di allertare l’avvocato Michela Poletti, per la querela.
«Non parlano italiano, è stato difficile interagire – racconta Gozzani – abbiamo chiamato un interprete. Per me è stato durissimo vedere dei lavoratori ridotto in queste condizioni. Abbiamo provato ad aiutarli, ma per il momento la parte che riguarda l’aspetto sindacale è ferma». «Ci hanno detto che se non avessimo ritirato le denunce ci avrebbero prima aggredito e picchiato e infine ucciso – raccontano alla Polizia i tre ex operai – Ci hanno detto di chiedergli scusa, assicurandogli che avremmo ritirato le vertenze sindacali. Dissero che avrebbero ucciso anche i nostri famigliari in Pakistan. Viviamo nel terrore di essere aggrediti e uccisi, abbiamo lasciato la casa in cui abitavamo perché abbiamo paura di essere rintracciati, non possiamo neppure essere ospitati da amici perché tutti i nostri connazionali hanno paura di essere coinvolti e di subire rappresaglie». Per due mesi i tre si sono nascosti, ora, pare, abbiano lasciato Massa Carrara e si siano trasferiti in un’altra provincia della Toscana. Continuano a lavorare nei cantieri navali e lo stesso fanno i loro datori di lavoro: il capannone è aperto, le commesse non si sono fermate e nuova manodopera è stata rintracciata e arruolata. La Procura, secondo l’avvocato Poletti, dovrebbe aver aperto un’indagine —
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