Il presidio
«Volevo operarmi al Noa, sono arrivati i carabinieri»
Il paziente alla fine dovrà essere trasportato in una struttura differente. Non esiste una delibera che formalizzi i percorsi da attuare in casi simili
MASSA. Non sarà operato al Noa, come aveva chiesto al suo medico e ripetuto ai vertici dell’azienda, ma in un’altra struttura. Verosimilmente a Pisa o forse da un’altra parte, il suo percorso sarà stabilito a breve, mentre attende nel reparto di chirurgia dove è ricoverato già da qualche giorno.
Il suo intervento era stato bloccato mercoledì mattina, il dottor Mirko Lombardi che doveva operarlo ha aspettato fino all’ultimo il via libera dai vertici dell’azienda ma alla fine è arrivato il no. E così sono arrivati i carabinieri.
Il dilemma è etico e procedurale. Da un lato la volontà del paziente, conclamata, di essere operato al Noa. Dall’altro la procedura dell’Asl, e che fa riferimento a una legge nazionale, che prevede che per alcuni tipi di operazioni bisogna ricoverare il paziente in strutture dove di questi interventi se ne fanno almeno trenta in un anno. Ospedali di terzo livello, come l’ospedale di Pisa.
Si fa riferimento come parametro al numero di operazioni perché queste dovrebbero garantire, in linea di massima, che il trattamento dei pazienti venga fatto in strutture attrezzate con percorsi diagnostici specifici ed equipe di medici e infermieri esperti. Ed è qui che cade uno dei motivi di frizioni tra l’azienda Usl Toscana Nord da un lato e paziente e medico dall’altro.
Non esiste una delibera approvata dall’azienda che formalizzi e stabilisca il percorso da seguire in casi del genere. Un quadro normativo certo che insomma stabilisca la procedura esatta da adottare nel caso che un paziente con una delle patologie rare in questioni (pancreas, surrene, esofago e gist) si rivolga a un ospedale di secondo livello, come il Noa, per le cure e l’eventuale operazione. L’Asl Toscana centro una delibera del genere l’ha adottata nel 2016.
Vero è, però, che nel caso specifico il percorso era stato formalizzato con la decisione di svolgere l’operazione, coinvolgendo il dottor Lombardi, all’ospedale di Pisa. L’unico, nell’area, con le competenze necessarie, strutturali e professionali insieme, per potersi fare carico di quanto previsto dalla norma, nel caso la legge Baruzzi.
Al Noa in effetti di operazioni all’organo interessato dalla malattia dell’uomo in questione - che non scriviamo per motivi di privacy – se ne sono svolte, nell’ultimo triennio, circa 33.
Un terzo di quelle previste dalla norma e non tutte riguardanti la medesima malattia, va specificato.
Il paziente comunque continua ad aspettare nel suo letto in reparto. Anziano, ha deciso, sulla base del consenso informato firmato e discusso col medico, che per lui la migliore soluzione fosse l’intervento al Noa. Adesso sa che dovrà andare altrove. Ai carabinieri, che hanno raccolto la sua testimonianza, ha ribadito quanto già scritto nel documento, che loro hanno acquisto.
E cioé che lui di andare a Pisa non ne vuole sapere, che è conscio che la struttura adeguata è quella ma che preferisce essere operato al Noa.
Insomma, la questione è complessa, ma riducibile a un dilemma: se il paziente, consapevole, decide comunque di essere operato nella struttura “inadeguata”, con l’assenso del medico, vince la sua volontà o bisogna attenersi alle linee guida? Nell’immediato prevale la seconda ipotesi, ma non sono esclusi strascichi giudiziari nella vicenda.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
