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«Ma ora è necessario tornare a ragionare con lucidità sul marmo»
CARRARA. «Dopo secoli le cave queste non sono più percepite come l’orgoglio di una storia importante, che ha reso famosa nel mondo una città tutto sommato piccola e decentrata che, senza cave, non sarebbe stata. Qualcosa si è rotto, in casa nostra». Comincia così l’intervento dello storico Daniele Canali. «Le cave sono sofferte, come qualcosa di ingombrante, inutile, distruttivo. Proviamo a valutare con attenzione la memoria visiva delle cave che la fotografia ci ha consegnato, da un secolo e mezzo. Notiamo subito, impietosamente, una “devastazione”lunare, dove l’uso delle mine incideva non solo la fisionomia della montagna, ma anche il suo ventre – continua – prosegue – Abbiamo assistito, negli ultimi quarant’anni, ad una “geometrizzazione”del paesaggio di cava che corrisponde, piaccia o non piaccia, al fatto che tecnicamente oggi si scava meglio, in maniera più produttiva e con maggiore efficacia». «La città non può guardare indietro ad un presunto “bel tempo che fù” in bianconero e rilevarne solo l’aspetto di cartolina. Il problema c’è, e va risolto. Ma il contesto è assai più ampio; non fanno scandalo infatti le devastazioni fatte in montagna e in pianura da cave di ghiaia e di terra che, puntualmente, vengono riproposte in vari piani, senza distinguere, una volta per tutte, le cave di materiali ornamentali dal resto. È una questione risolutiva. Sono controcorrente, ma credo fermamente nelle soluzioni complesse, non nelle semplificazioni. Bisogna stabilire con chiarezza e senza sotterfugio ciò che si può fare e non fare per preservare i punti fondamentali di questo “paesaggio industriale” che sono le cave, la loro unicità e, anche la loro attrattiva “oltre il marmo”, attraverso un turismo qualificato e moderno. Credo insomma che, in termini culturali ed economici, il marmo sia una straordinaria ricchezza del e per il territorio, sulla quale dovremmo tutti tornare a ragionare, con più lucidità».
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