Il presidio
Inchiesta della Dda dopo il riesame Di Stefano restaancora in carcere
Secondo i giudici c’è rischio di reiterazione del reato Ottiene, invece, i domiciliari Fabrizio Micheli con divieto di fare impresa per un anno
massa. Secondo il tribunale del Riesame non ci sono le condizioni per applicare a Massimo Di Stefano, coinvolto nella maxi inchiesta della Dda di Genova, misure cautelari più tenui rispetto all’arresto in carcere disposto dal giudice per le indagini preliminari.
Di Stefano, a cui sono contestati i reati di estorsione pluriaggravata in concorso e di associazione a delinquere di stampo mafioso ha, infatti, presentato istanza di riesame al Tribunale delle Libertà (che ha appunto competenza sulle misure cautelari restrittive delle libertà personali). E il tribunale ha confermato, con ordinanza del 10 dicembre, la misura dell’arresto in carcere. Secondo i giudici del tribunale delle libertà, infatti, il quadro istruttorio è delineato e le esigenze cautelari sussistono. Non quella di inquinamento probatorio perché - scrivono - «Di Stefano ha reso un’ammissione delle proprie responsabilità pressochè integrale» e perché «il ricorso al metodo mafioso - unico profilo contestato dal suo difensore - risulta già riscontrato dalle conversazioni intercettate». Per i giudici, però, esiste il rischio di reiterazioni del reato perché - scrivono - «è quanto mai intenso il pericolo che Di Stefano, ove non sottoposto a cautela, si determini alla consumazione di nuove condotte penalmente illecite». Confermato il carcere, quindi, con «l’accessoria condanna al pagamento delle spese di questo procedimento».
Ottiene, invece, i domiciliari (era in carcere) Fabrizio Micheli a cui viene contestata la tentata estorsione, l’estorsione e l’associazione di stampo mafioso. I giudici del riesame riconoscono che «ha manifestato una pervicacia che sembra dirla lunga sulla concreta, attuale capacità criminale di Micheli, senza dubbio più acculturato rispetto ai soci e perciò solo in grado di elaborare le più disparate soluzioni ai fini del perseguimento degli obbiettivi comuni». Riconoscono, però, che la misura del carcere disposta nei suoi confronti appare «sproporzionata per eccesso» perché Micheli è incensurato e perché - si legge nell’ordinanza del riesame - non si ravvisa negli atti alcun elemento che conduca ad escluderne l’affidabilità a prescrizioni fondate sulla sua sola spontanea osservanza, quali quelle connesse alla custodia domestica». Domiciliari, quindi, a cui si aggiunge il divieto di comunicare con persone diverse da quelle con lui conviventi e il divieto, per un anno, ad esercitare imprese. Già discusse anche le istanze di riesame di Nicola Mari (ai domiciliari) e Carmine Romano (in carcere). — C.S.
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