Il Tirreno

la sentenza 

Operazione Mexcal: la Cassazione conferma condanne e sconti di pena

P.B.

Sette anni e quattro mesi all’aullese Mirco Vasoli coinvolto nel traffico di cocaina con la Colombia scoperto dalla Gdf di Pisa

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AULLA

Confermate in Cassazione le condanne, con sconti di pena, per l’inchiesta “Mexcal” della Guardia di finanza di Pisa. E tra i condannati c’è anche un aullese: Mirko Vasoli.

Michele Belcari, 59 anni, di Cerreto Guidi, difeso dall’avvocato Gabriele Chesi, in primo grado era stato condannato a 14 anni e 6 mesi come promotore dell’associazione a delinquere, reato poi cancellato in appello dove la pena è stata ridotta a 6 anni e 8 mesi. Stessa pena per Ferdinando Scremin, 58 anni, nato a Cittadella (Padova) e residente a Ferrara, esponente della Mala del Brenta e definito dagli investigatori il nuovo Felice Maniero, che in primo grado aveva preso 8 anni. Sentenze di 5 anni e 4 mesi per Donato Mecca, 58 anni, impresario edile, di Altopascio (7 anni a Pisa); Mirko Vasoli, 48 anni, di Aulla (7 anni e 4 mesi a Pisa); Gianfranco Loris, 57 anni, fratello di Ferdinando, residente a Ferrara (7 anni a Pisa); Enzo Pascoletti, 57 anni, originario di Grosseto, residente a Fucecchio (7 anni e 4 mesi in primo grado). La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati dai legali dei sei imputati (Alessio Antoniazzi, Massimo Bissi, Paolo Florio, Giorgio Frezza, Alessio Tranfa) confermando i verdetti della Corte d’Appello trasformati in esecuzioni delle pene in carcere. Il carico di droga, 54 chili di cocaina provenienti dalla Colombia, sarebbe servito, secondo l’accusa, a risollevare le sorti finanziarie degli imprenditori che avevano messo almeno 20mila euro a testa per l’operazione in cui i fratelli Scremin erano i contatti con i corrieri colombiani.

Il progetto era finito malissimo tra la fine di giugno e i primi di luglio del 2015. Prima il carico era sbarcato nel porto sbagliato, quello di Catania anziché Livorno. Poi era arrivato il nucleo di polizia economico e finanziaria di Pisa che, seguendo il container, lo aveva prima intercettato e poi sostituito con una fornitura assai meno remunerativa di banane.

«Secondo i giudici di merito, il linguaggio criptico utilizzato nelle conversazioni intercettate era sicuramente incongruo se riferito all'import-export di frutta esotica o altra merce lecita, secondo la versione fornita da alcuni degli imputati – scrive la Suprema Corte – così come erano incongrue le cautele utilizzate dagli imputati per l'arrivo e per i tentativi di recupero fatti a Catania di un carico lecito». — P.B.

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