Il Tirreno

I “boss”, i cattivi e i galoppini locali Ecco come agiva il clan mafioso

Manuela D’Angelo
I “boss”, i cattivi e i galoppini locali Ecco come agiva il clan mafioso

I carabinieri hanno individuato i capi dell’organizzazione e i loro complici, unità operative e assoldati massesi

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massa

I Carabinieri li chiamano i “capi dell’organizzazione criminale”, coloro che muovevano, attraverso numerose pedine, affari da centinaia di migliaia di euro. Massimo Di Stefano, 57 anni, nato a Catanzaro, Carmine Romano, 51 anni di Napoli e Fabrizio Micheli, 46 anni, di Sassari. Arrivano a Massa negli anni Novanta, mettono su famiglia, o se la portano dal sud, fondano la My Way srl, una società di servizi finanziari e iniziano gli affari “sporchi”.

A loro si rivolgeva gente che aveva bisogno di soldi, per prestiti, o per acquistare case, o accendere finanziamenti. Dalla My Way, una stanza con una sedia in galleria Leonardo Da Vinci, loro gestivano tutti i collegamenti, indirizzando i “malcapitati” verso amici e compagni del clan.

Così, negli anni, si sono creati, secondo gli inquirenti, una fitta rete di rapporti, fatta di clienti, debitori, disperati, uomini più o meno potenti che usavano per concludere affari, come il funzionario di banca del Monte dei Paschi di Siena, o come la dipendente di una copisteria, Federica Pinarelli, utilizzata per stampare documenti falsi, banconote e titoli bancari.

Allo stesso tempo i tre non avevano “dimenticato” i vecchi amici del sud, esponenti (conosciuti) della criminalità organizzata campana, molti con condanne alle spalle, altri in attesa del giudizio della Cassazione. Ad esempio, Sergio Romano, 53 anni e Giovanni Formicola, 57 anni, già accusati di estorsione con metodo mafioso, partiti da Portici il 10 ottobre del 2017 per venire a Massa a sistemare “la cosa” della famiglia Mari, due fratelli, Francesca e Nicola, finiti nei lacci stretti del clan per problemi economici.

Il cerchio quindi, per i Carabinieri si chiude così: Di Stefano, Romano e Micheli “governano” Massa, come più volte loro stessi dichiarano, dall’interno della città, servendosi sia di “unità operative”, quelli che dovevano mettere paura e far capire che “non si scherzava”, cioè Sergio Romano e Giovanni Formicola, sia di soggetti di Massa assoldati, come Nicola Mari e Alessandro Puccetti, un piccolo titolare di bar e un dipendente provinciale, che di volta in volta potevano servirgli per portare a termine i loro progetti. Da quello che emerge nelle carte della Procura di Genova, sia Mari che Puccetti si sono trovati immischiati in fatti molto più grossi di loro. Il primo entra in contatto con il clan perché ha problemi di soldi, il bar pasticceria presenta un grande buco di bilancio e l’attività famigliare non riesce a risollevarsi. Lo stesso fa Puccetti, che chiese un prestito personale. Da lì a diventare “pedine” del clan il passo è per tutti breve. Nicola Mari, si legge sempre nelle carte della Procura, si rivolge al clan per chiedere dei favori, che però gli costeranno cari. La My Way, infatti, non fa nulla per nulla e così alla fine il debito arriva, solo per l’affare della casa finita all’asta, a 3mila euro. Soldi che Francesca e Nicola non vogliono pagare, prima che il clan risolva la questione e non riesca a far rientrare i due fratelli nel possesso dell’immobile, che intanto però è stato acquistato legittimamente da un cittadino massese, Mario Albanese.

Alessandro Puccetti, il dipendente provinciale col doppio lavoro nel bar di famiglia, già sotto inchiesta sugli assenteisti, quando il clan lo chiama, deve rispondere: «E’ pronto il piano per quello di Pisa (Luca Terreni, il funzionario Mps ndr)» gli dice Carmine Romano. E Puccetti risponde: «Ah..va bene..poi mi dici cosa c’è da fare». In quell’occasione Puccetti si finse lo zio di tale Jessica Vatteroni, che a sua volta doveva fingere di voler denunciare il funzionario di banca per pratiche illecite sui conti correnti. E Puccetti entra perfettamente nella parte: «Io mi difendo su tutti i fronti...da tutte le parti..lo sa Massimo, io non ho paura di nessuno, soprattutto quando mi toccano i famigliari, capito? Vedrai cosa voglio...non c’ho più niente da dirti». Le pressioni che il clan esercitava su tutte queste persone, un po’ vittime e un po’ complici, ingenerarono un papabile stato di dipendenza psicologica: si sentivano costretti a mantenere rapporti, vedendoli come soggetti protettivi —

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