Il Tirreno

Eutanasia 

L’ultima notte svizzera di Davide «Non era così calmo da molto tempo»

Libero Red Dolce
Davide Trentini
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Davide Trentini

Rossella Gozzani seguì il giovane nell’ultimo viaggio: «Se avesse cambiato idea lo avrei riportato indietro»

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MASSA. «Sei giovane, perché vuoi morire? Magari si scopre una cura...». «Io dal momento in cui mi risveglio soffro, non dirmi anche tu queste cose. Non voglio buttarmi dal palazzo, magari rimango storpio, soffrirò ancora. Voglio solo una morte dignitosa». Sono due fidanzati a parlare. Davide Trentini rispondeva così a Rossella Gozzani, sua compagna dal 1997 al 2013, che gli chiedeva di ripensarci. Di sperare ancora nella medicina.

Fu lei ad accompagnarlo in Svizzera per l’ultimo viaggio. Quando decise di riprendere alla sclerosi multipla l’ultimo spazio di libertà rimasto al suo corpo martoriato dopo 25 anni. «Quando aveva preso la decisione mi chiese di accompagnarlo. Io gli dissi di sì, ma cambiavo sempre idea. Alla fine gli chiesi di organizzarsi per conto suo, io feci un percorso psicologico di aiuto. Gli dissi: «Se la mattina che parti per la Svizzera mi vedi sotto casa a Massa allora saprai che ti seguirò». E così fu. Da oltre tre anni non stavano più insieme.

Rossella si fa forza, però prende la sua auto, non sale nell’ambulanza della Croce Bianca con Davide. «Pensavo: se cambia idea lo porto indietro con la macchina. In qualsiasi momento». Ma Trentini era determinato, indietro non sarebbe voluto tornare.

«Il viaggio fu lunghissimo, Davide all’arrivo era stravolto, non è più riuscito a mettersi sulle sue gambe», racconta Gozzani. La clinica dell’organizzazione Life Circle era stata indicata dall’associazione Luca Coscioni. Con lei, in viaggio, c’è Mina Welby. Parla tedesco, traduce soprattutto per Trentini i passaggi più complicati spiegati dai medici. «Una persona dolcissima», la descrive in aula la madre di Trentini, Anna Maria Masetti.

Vengono sistemati in un appartamento, il giorno dopo era fissato il suicidio. «Parlammo tutta la notte io e Davide, era sereno come non lo vedevo da tempo. Era proprio dove voleva essere», racconta Gozzani.

Toccante il racconto degli ultimi attimi. «Al momento della procedura gli fecero provare una soluzione fisiologica per vedere se riusciva da solo ad aprirla. Si tratta di suicidio assistito, deve farlo il paziente. Ci riuscì, ebbe l’ok. Allora si iniettò il farmaco. Prima salutò Mina, poi me. Ci siamo abbracciati a lungo, poi si è steso. È entrata la dottoressa che lo ha accarezzato fino a quando si è addormentato». Per l’ultima volta, lasciando a tutti una battaglia da combattere. —

 

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