Il Tirreno

la tragedia di lavacchio 

L’amaro sfogo di Guadagnucci: «Lasciati soli, aspetto giustizia»

L’amaro sfogo di Guadagnucci: «Lasciati soli, aspetto giustizia»

Dieci anni fa morirono la moglie Nara Ricci e il figlio Mattia. La casa è ancora lì «Doveva nascere un giardino commemorativo ma non se n’è fatto niente»

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«Oggi ho pianto. Non sapevo cos’altro fare». Antonio Guadagnucci nella notte tra il 31 ottobre e il primo novembre 2010 perse moglie e figlioletto sotto la frana di Lavacchio e ogni anno per lui è come rivivere quella scena spaventosa. Sono passati otto anni, in cui Guadagnucci ha fatto da padre e da madre alla figlia, oggi 24 enne laureanda in psicologia; otto anni in cui si è recato soltanto due volte al cimitero a far visita alla moglie, Nara Ricci e a Mattia, che oggi avrebbe compiuto 10 anni. «Non sono mai riuscito ad andare al cimitero lo ammetto – dice Guadagnucci – non so se mia figlia lo faccia da sola. Io preferisco ricordare mia moglie e Mattia da vivi, non saperli sotto terra. Mi rende sereno parlarne, anche se il ricordo fa male. Ogni anno ripercorro con la memoria quella notte. Dimentico tante cose, sono un uomo distratto, ma potrei dire quante bracciate di terra e fango ho tentato di togliere da quel cumulo di macerie, prima di arrendermi con le mani sanguinanti e anchilosate per il freddo. Potrei dire quante volte ho urlato chiamando i loro nomi, sperando di sentire una flebile risposta. Ricordo tutto anche delle fasi del processo, gli atteggiamenti sprezzanti di alcune persone, la solidarietà assente anche da parte delle istituzioni. Non ho mai chiesto niente, se non un’altra casa dove vivere, e un simbolo in memoria dei miei cari a Lavacchio. Ma il giardino dedicato a Mattia non è mai stato costruito e la mia vecchia casa è ancora lì».

Guadagnucci si apre perché, dice, gli fa bene parlare: «Parlo anche con mia moglie a volte. Le chiedo se ho fatto bene, se ho preso la decisione giusta. Mia figlia era una adolescente quando Nara è morta. Avrebbe avuto tanto bisogno della mamma in questi anni. Invece aveva solo me, che a stento so fare il padre. Mi sono fatto forza perché lei lo meritava, visto che aveva perso la madre e un fratellino che aveva voluto espressamente, e che noi avevamo concepito per lei, per non lasciarla sola mai. Se fossi rimasto solo credo che mi sarei lasciato andare. Invece sono forte, lo sono per mia figlia. Intorno a me ci sono pochi amici e ovviamente la mia famiglia. Il resto è vuoto. Nessuno si è più fatto sentire, a nessuno importa di noi. Sto lottando anche per avere giustizia, perché so che sono nel giusto. Il 27 dicembre del 2000 scrissi una delle tante lettere alla Provincia e al Comune di Massa, dicendo che quel punto, lassù sulla montagna, era pericoloso e che noi ci stavamo proprio sotto. Scrissi nero su bianco che fino a quel momento eravamo stati fortunati, ma che c’era bisogno di interventi precisi. Ovviamente non ho ricevuto risposta».

Adesso Antonio Guadagnucci aspetta che la difesa decida se ricorrere alla Cassazione, dopo la sentenza di secondo grado che ha visto dichiarare colpevoli per la morte di Nara e Mattia quattro degli imputati a processo —





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