Libero Musumeci, fu killer di mafia in Toscana
Protagonista della lotta tra clan che ha infiammò tra gli anni ’80 e ’90 anche la provincia apuana. I giudici: «Uomo nuovo»
PERUGIA
Per i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Perugia che gli hanno concesso la liberazione condizionale, Carmelo Musumeci è un «uomo nuovo», com'è testimoniato anche dal fatto che persegue il suo «riscatto dal passato impegnandosi quotidianamente ad assistere la disabilità» in una casa famiglia a Perugia. Una decisione che non mancherà di far discutere a tutti i livelli.
Perché Musumeci era un ergastolano ostativo, per il quale - a differenza di quelli comuni - non c’è diritto a benefici penitenziari in assenza di una "condotta collaborante" con la giustizia. Salvo i casi, rari, in cui venga riconosciuta l’ «inesigibilità della collaborazione» da chi è stato condannato con la formula del “fine pena mai”.
Una decisione, quella dei giudici umbri, che è un po’ come mettere una pietra sopra alla guerra di sangue che ha attraversato la Versilia a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, su uno scenario Apuo-Versiliese che ad inizio anni Settanta vede insediarsi - originario di Aci S. Antonio, in provincia di Catania dove è nato nel 1955 - un Musumeci giovanissimo. Sarà una vera guerra quella che per qualche anno vedrà contrapposti Carmelo Musumeci (ed il suo clan) a Ludovico Tancredi, «punto di riferimento per una grande organizzazione criminale di livello nazionale, passata alla storia come la “banda dell’Autoparco di Milano” di via Salomone, vero e proprio supermercato della droga» come ricorda il bel lavoro di Marco Antonelli, dal titolo “Il Confine. Tra Liguria e Toscana, dove le mafie si fanno in quattro».
Carmelo Musumeci, oggi autore di numerose pubblicazioni, era entrato in carcere con la licenza elementare e nel tempo è diventato un plurilaureato in giurisprudenza e filosofia. Era all’ergastolo, fra l’altro, come mandante dell’omicidio di Alessio Gozzani, l’ex calciatore poi imprenditore ferito a morte all’autogrill di Santo Stefano Magra.
Un oggi ex ergastolano - mai dimenticato da un territorio apuo versiliese sulla cui scena ancora si “agitano” personaggi protagonisti delle vicende oscure di quegli anni - che appena pochi giorni fa - da detenuto in semilibertà - così scriveva al ministro della giustizia Alfonso Bonafede: «Cosa c’entra la sicurezza sociale con tutte le privazioni previste dal regime di tortura del 41 bis? Il carcere in Italia, oltre a non funzionare, crea delle persone vendicative perché alla lunga trasforma il colpevole in una vittima: quando si riceve del male tutti i giorni si dimentica di averne fatto».
Ed ancora: «Qualcuno sostiene che il carcere duro, almeno all’inizio, sia stato utile, ma questo a che prezzo? Io credo che alla lunga il regime di tortura del 41bis, e una pena realmente senza fine come l’ergastolo ostativo, abbiano rafforzato la cultura mafiosa, perché hanno innescato odio e rancore verso le Istituzioni anche nei familiari dei detenuti». Insomma, parole da vera e propria campagna contro il regime previsto dalla legge per i detenuti condannati per reati che hanno a che fare con le organizzazioni mafiose in una Italia che ancora fatica a sciogliere tutti i nodi delle grandi stragi di mafia dei primi anni Novanta. —
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