Il Tirreno

la frana di lavacchio 

«Abbiamo avuto giustizia ma non posso essere felice»

D.D.
«Abbiamo avuto giustizia ma non posso essere felice»

Antonio Guadagnucci racconta gli otto anni senza Nara e il figlioletto Mattia «Prima della sentenza di Appello tutti mi dicevano che perdevo il mio tempo»

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MASSA. Non è riuscito ad andare al cimitero a salutare la moglie Nara Ricci e il figlioletto Mattia nemmeno stavolta. Antonio Guadagnucci su quella tomba ha pianto solo una volta in otto anni. «Non ci riesco, arrivo al cancello e anche se mi faccio forza prima di entrare torno indietro. Ma tanto io me li sono tatuati sul braccio con due cuori e la frase di una canzone dei Pink Floyd». Antonio da quella notte maledetta del 31 ottobre del 2010 ha mantenuto il controllo, non ha mai perso la pazienza. Nemmeno quando, dopo la sentenza di primo grado, uno degli imputati era andato via fischiettando. «Mi sarei aspettato maggiore solidarietà, invece niente. Io non ho mai colpevolizzato nessuno; sarebbe bastata una pacca sulla spalla, un mi dispiace». Invece no.

Guadagnucci di pacche sulle spalle ne ha ricevute parecchie dal 10 luglio, quando la corte di appello di Genova non solo ha condannato tre dei cinque imputati ma ha anche fissato delle provvisioanli di cinquecentomila euro per lui e per la figlia Michela (centomila euro per la madre di Nara e cinquantamila a testa alle sorelle Cinzia e Angela). «Tutte persone che dicevano che la mia battaglia non mi avrebbe portato nulla di buono, che era impossibile far condannare la Provincia e che era stata una disgrazia quello che era successo alla mia famiglia». Secondo la giustizia, almeno finora, c’erano dei responsabili per quelle due morti.

Ma lui non riesce a godersi il momento: «Non ho vinto niente, sia chiaro. Io ho perso una moglie e un figlio che adesso avrebbe dieci anni. Ho però una figlia meravigliosa, Michela, che studia nella stessa facoltà della madre e fa il suo stesso lavoro (maestra ndr). Siamo uniti più che mai, è stato facile grazie alla sua forza d’animo. È difficile fare il padre, figuriamoci fare il padre e la madre insieme. Ma arrivati a questo punto posso dire di avercela fatta».

Antonio però davanti a quella tomba non riesce proprio ad andare, nemmeno per dire a Nara e Mattia che hanno avuto giustizia. «No, sono fatto così. Però mi ha fatto piacere quando uno degli avvocati delle difese è venuto da me a stringermi la mano e a complimentarsi perché ero riuscito a far ribaltare la sentenza. So che c’è ancora la Cassazione, ma intanto mi godo questo momento». L’operaio ieri mattina è tornato a Lavacchio, davanti alla casa che aveva costruito con tutte le autorizzazioni e i permessi. È una giugla di erbacce. Credeva di aver trovato il nido dove invecchiare con la sua compagna e far crescere i due figli... invece quelle mura hanno inghiottito una donna che non aveva ancora 40 anni e un bimbo di due. «Abbiamo ottenuto un terreno e aspettiamo di poter costruire un’altra casa. In questi anni abbiamo vissuto in diversi posti, ma non li ho mai sentiti come miei. Ora però sento il bisogno di poter mettere il punto. Non sono felice, non potrò mai esserlo con questo lutto che mi segue in ogni momento della mia vita; ma la tristezza mi passa quando vedo questi cuori che mi sono fatto tatuare. Quei due diamanti continuano a brillare anche se non ci sono più. E brilleranno per sempre». —

D.D..

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