Il Tirreno

«Non si può lavorare con un lavoratore morto accanto a un blocco»

Alessandra Vivoli
«Non si può lavorare con un lavoratore morto accanto a un blocco»

Sciopero spontaneo alle cave alla notizia della tragedia nel deposito F.C Autogru Luca Savio, 41 anni, era al terzo giorno di lavoro: il suo contratto scadeva sabato

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CARRARA

Ieri mattina hanno smesso di lavorare al monte. Uno sciopero spontaneo, alle cave e nelle altre segherie. «Perché se muore un padre di famiglia accanto a un blocco ci vuole rispetto». Lo ripetono gli uomini del marmo. Quelli che, per tutta la mattinata di ieri, da quando si è capito che per Luca Savio, 41 anni, non c’era più niente da fare, sono arrivati alla spicciolata davanti ai cancelli della F.C. Autogru di viale Zaccagna (amministratore unico Ginetta Ferrari, 22 anni).

Una mattinata pesante, una vita spezzata, la seconda nel mondo del marmo dall’inizio dell’anno.

La dinamica dell’incidente mortale è ancora da riscotruire con precisione. Se ne stanno occupando le forze dell’ordine e il servizio di prevenzione e sicurezza dell’Asl. «Stiamo verificando la dinamica» spiega l’ingegner Maura Pellegri della Asl.

Da quello che trapela , dalle voci che circolavano subito dopo l’incidente fuori dal deposito dove è avvenuta la tragedia, Luca Savio stava assistendo nelle manovre di movimentazione nel piazzale. Stava mettendo una zeppa a un informe quando è stato urtato dallo stesso blocco. «A seguire quella manovra, dicono fuori dai cancelli della F.C. bisognerebbe essere in due»: frasi dette a mezza voce perché, come sottolineano i rappresentanti sindacali nel mondo del marmo non ci sono solo «da tirare giù bancate, ma anche muri di omertà». Luca Savio in quel deposito di movimentazione lavorava da pochi giorni. Con un contratto di assunzione a tempo determinato che era partito solo dall’inizio della settimana, lunedì scorso. Avrebbe finito (sempre da contratto) questo sabato, il 14 luglio.

Tre giorni di lavoro e una tragedia che gli ha spezzato la vita. «Una morte inaccettabile»: questi i commenti a caldo dei colleghi, degli amici, dei rappresentanti del sindacato. Un lavoro, quello legato al settore del marmo, che in questo ultimo caso, per questa ultima morte, non solo deve farsi domande sul problema della sicurezza. Ma anche sulla precarietà.

L’ultimo contratto di lavoro, per Luca Savio, era scaduto alla fine dello scorso anno. Poi mesi e mesi senza che il suo nome compaia nei registri delle assunzioni. Un uomo di 41 anni alle prese con le difficoltà del settore, con una moglie e con una figlia che lo scorso maggio ha compiuto un anno. Anche quei sei giorni di contratto devono essergli sembrati un’occasione da prendere al volto. Un mestiere che sapeva fare Luca. Un mondo in cui è cresciuto: il padre Marco è infatti un autotrasportatore, uno conosciutissimo alle cave. Si sono stretti attorno a lui e alla moglie di Luca i colleghi. Ci sono stati tanti abbracci in una mattinata pesante, una mattina di canicola con un vento caldo battente, di burrasca. La moglie di Luca Savio non ha voluto saperne di fermarsi fuori dai cancelli. È entrata nel deposito e si è sentita male. Il dolore l’ha piegata. Lei si è seduta su una sedia, nel piazzale assolato: non ha voluto neppure essere visitata dal medico del 118.

È rimasta lì fino a che Luca non è stato portato via. Poi i cancelli del deposito si sono chiusi e nel pomeriggio è comparso il nastro bianco e rosso: l’area è stata posta sotto sequestro. —



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