Il presidio
Latitante fermato sull’A15, scoperto grazie a Facebook
Era ricercato da quattro anni dopo una serie di condanne per alcuni furti. Aveva un passaporto falsificato, gli agenti hanno fatto un controllo sui social
PONTREMOLI. Con una carta d’identità fasulla ha provato a rientrare in Italia, ma per un latitante il documento contraffatto e una brillante intuizione social degli investigatori sono stati fatali e sono scattate le manette.
Andiamo con ordine. È notte e un ’Audi viaggia piuttosto tranquillamente sull’A15. A bordo il pilota e altri tre passeggeri chiacchierano mentre vanno verso Pontremoli. È un pezzo di autostrada solitamente poco frequentato la notte, poche macchine che sfilano e i fari accesi che illuminano le corsie sono rari. Il poco traffico scorre paziente e indisturbato.
Ci sono però le pattuglie della stradale impegnate nei controlli sulle vie di comunicazioni, per intercettare sia gli automobilisti poco virtuosi che i criminali. L’Audi li ha incontrati sulla strada e sono stati fermati per un controllo di routine. Quella che però sembrava una macchina come tante nascondeva in realtà una sorpresa. E non è difficile immaginare l’agitazione che in quell’abitacolo si è diffusa alla vista delle divise. Ma bisognava fare buon viso a cattivo gioco.
Gli agenti fanno le solite richieste. Documenti, quelli personali e quelli del veicolo. E si allontanano per i controlli. Qualcosa però non torna, un dettaglio che pare strano.
Gli occupanti sono stranieri e i poliziotti chiedono anche i documenti per accertare che fossero in regola con i permessi. Il conducente porge un passaporto. Nuovo, sembra fresco di stampa. Troppo perfetto.
Già perché lui, trentenne, ha esibito un passaporto dove risultava che era in Italia solo da un mese, eppure parlava bene l’italiano. Tanto da fare scattare qualcosa nella mente dei poliziotti. Un accertamento ulteriore va fatto, si potrebbe trattare di un modo per nascondere la propria identità.
L’intuizione non è sbagliata. La pattuglia è andata a fondo scoprendo che un altro albanese, nato nello stesso giorno e con lo stesso nome, era latitante dal 2014 a seguito di una condanna del tribunale di Milano per una serie di furti. Così i poliziotti, esperti investigatori, con intuizione molto felici e hanno deciso di consultare l’account Facebook dell’evaso, scoprendo che le foto di quel profilo ritraevano l’uomo che avevano davanti. E non hanno avuto più dubbi.
Il furfante, vistosi smascherato, ha abbozzato qualcosa ma, di fronte all’evidenza, ha confessato il misfatto e ammesso la sua fuga dall’Italia per non finire in prigione. Ma avendo necessità di ritornarci, gli è venuta la brillante idea di usare sul passaporto il cognome della moglie. Ora si trova recluso nel carcere di Massa, ove dovrà scontare 18 mesi di pena.
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