Il Tirreno

il punto sugli Aru

L’acronimo Aru è diventato il protagonista di tante battaglie condotte dai comitati cittadini. Dietro quell’acronimo si nasconde la possibilità di edificare che il regolamento urbanistico consentiva...

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L’acronimo Aru è diventato il protagonista di tante battaglie condotte dai comitati cittadini. Dietro quell’acronimo si nasconde la possibilità di edificare che il regolamento urbanistico consentiva in alcune zone e in particolari condizioni. Particolari condizioni perché chi otteneva il via libera a mettere un mattone sopra l’alto, avrebbe dovuto accettare il meccanismo perequativo. Vale a dire: il Comune ti consente di costruire, ma tu, in cambio, fai interventi di utilità pubblica. Dal parcheggio alla nuova viabilità. Meccanismo che si reggeva sulla volontà del privato di costruire. Se il privato la casa non vuole farsela, la perequazione non scatta. E, in molti casi, in effetti, di massesi disposti ad edificare ce ne erano davvero pochi. Così pochi che sul tema Aru sono stati fatti indietro rilevanti: Alcuni ambiti sono, infatti, stati stralciati. L’amministrazione ricorda, comunque, che in quelli rimasti, per complessivi 90.000 metri quadrati, è prevista la quota minima obbligatoria del 10% di edilizia residenziale sociale.

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