Il presidio
Incidente in cava, parla il procuratore: «Non è più il Far West, ma c’è da fare»
Giubilaro: «Con la task force passi in avanti, occorre più attenzione sulla formazione»
CARRARA. Un 2017 senza morti, un 2018 che mette il macabro segno “uno”. Procura e Regione, più volte in coro, hanno annunciato, difeso e portato avanti l’impegno della task force congiunta per la sicurezza in cava. Ma a ogni incidente sembra che i passi avanti fatti vadano resettati.
LA RICOSTRUZIONE DELL'INCIDENTE
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La squadra di pm sulla sicurezza in cava è costituita dalle sostituto Roberta Moramarco e Alessandra Conforti, con quest’ultima che si occupa delle indagini aperte ieri. Sulla situazione della sicurezza Il Tirreno ha discusso con il procuratore Aldo Giubilaro.
Viene da chiedere, procuratore, come mai dopo il lavoro della task force sulla sicurezza in cava, si continuano ad avere incidenti così gravi?
«Di impegno ce n’è stato moltissimo, di recente, per ridurre al minimo e tentare di eliminare questi fatti».
Cosa sfugge, allora? Qual è il punto debole dell’azione?
«Bisogna dire che l’impegno c’è e darne atto. Probabilmente c’è ancora molto da fare. Non tanto e non solo dal punto di vista degli investimenti, ma in generale per quanto riguarda la formazione. Cioè fare acquisire una maggiore consapevolezza del rischio lavoro sia al datore di lavoro che al lavoratore stesso».
E se il problema, in certi casi, non fosse pedagogico? Se ci fosse chi, incurante di leggi e sicurezza, trovasse più conveniente rischiare?
«Che dire, se fosse così saremmo a livello di omicidio volontario. E non credo che sia così. A livello di investimenti e di formazione non è che ci sia tanto altro da fare oltre quello che si prova e si sta provando a mettere in campo. Sensibilizzare tutte e due le parti, perché è ovvio che andare al lavoro non può essere un fattore di rischio. E poi dispiace davvero quando succedono cose di questo tipo nonostante tutti gli impegni. Mi riesce difficile immaginare qualcosa di più e diverso su cosa si può fare. Intrinsecamente l’attività è rischiosa e pericolosa».
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Da quello è difficile sfuggire.
«Ecco, allora bisogna invitare magari a investire in senso lato. Minori ritmi di lavoro, minore stress da lavoro, meno concitazione nelle mansioni.».
Sono precauzioni che funzionano sempre?
«Queste sono considerazioni di carattere generale, che magari con il caso specifico non c’entrano niente. Si dovrà vedere. Intanto però si può ipotizzare che queste cose avrebbero di sicuro degli interventi positivi. Turni di lavoro più corti e meno stressanti, intanto. Bisogna rendersi conto che la vita umana è un bene importante. Senza pregiudicare la giustissima e legittima attività imprenditoriale, che da questo punto di vista provoca ricchezza e benessere anche alle famiglie, che non va criminalizzata e pregiudicarla. Però va capito che questa va fatta compatibilmente esigenze primarie che sono tutelare salute e incolumità di chi lavora».
Dalla task force avete avuto dei risultati?
«Dal protocollo in avanti, dal 2015, quando il discorso sulla sicurezza delle cave è diventato più concreto e meno astratto dei risultati ci sono stati. Merito anche degli imprenditori, bisogna riconoscerlo».
Lei una volta parlò di “far west delle cave”.
«Ora obiettivamente non siamo più a quei livelli, devo riconoscerlo. Devo dire però che non siamo ancora al massimo delle possibilità. Un’immagine per capire: nei record, tipo i 100 metri stile libero, si fanno risultati sempre migliori ma non vuol dire che l’impegno sia maggiore. Il rischio in cava c’è sempre e quindi non bisogna mai fermarsi in questa rincorsa alla sicurezza assoluta. Le condizioni non sono quelle di una volta, ma ancora non sono al massimo».
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