Il Tirreno

Elettrodo vicino al cuore chiesto maxi risarcimento

di Federico Lazzotti
Elettrodo vicino al cuore chiesto maxi risarcimento

Una coppia di Livorno reclama mezzo milione di euro all’Opa di Massa «È un danno permanente e i medici non hanno nemmeno chiesto scusa...»

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LIVORNO. L’elettrodo lasciato dai medici vicino al cuore del paziente potrebbe costare carissimo alla Fondazione Monasterio, che gestisce l’Ospedale pediatrico apuano di Montepepe a Massa, uno dei centri di eccellenza in Italia per la cardiochirurgia.

È infatti di mezzo milione di euro il risarcimento danni complessivo richiesto da Paolo Fagni, 76 anni, e la moglie Sonia Carli al tribunale civile di Pisa, dove ha la sede amministrativa della Fondazione.

Il ricorso – firmato dall’avvocato Giuseppe Conti – è stato presentato il mese scorso, a distanza di un anno e mezzo dall’intervento che ha causato – scrive l’avvocato – «un danno permanente alla salute del paziente».

Nelle diciannove pagine di cui è composto l’atto si ripercorre tutto il percorso ospedaliero del paziente a partire dal 17 novembre 2016 quando il settantaseienne è stato sottoposto all’intervento per sostituire la valvola mitralica e piazzare due bypass, fino alla scoperta dell’elettrodo lasciato nell’arco aortico.

Nel ricorso, inoltre, si citano esami, incontri e soprattutto si fanno i nomi dei medici che hanno prima eseguito l’operazione e poi «non si sono più fatti trovare per dare spiegazioni o tentare di risolvere il problema», sintetizza l’avvocato della coppia.

Scrive il legale in uno dei passaggi più delicati del ricorso raccontando di quanto accaduto dopo la scoperta dell’elettrodo vicino al cuore: «Ad aggravare lo scoramento dei miei clienti ha contribuito anche il contenuto del referto della Tac. In esso, dopo alcune valutazioni di raffronto con la Tac del 21 marzo (dove emergeva il problema ndr), secondo le quali appariva “sostanzialmente stabile la posizione del filo intraortico a densità metallica”, il medico esprimeva il parere che sarebbe stata utile una “valutazione specialistica del reperto descritto”».

In parole povere – va avanti Conti – il documento, rinviando a degli effettivi specialisti del settore lo studio del problema, «ratificava esplicitamente l’incompetenza professionale dei clinici che avevano effettuato l’intervento al signor Pagni. Lasciando da parte ogni ovvio e intuitivo commento su quell’allucinante referto, la considerazione è: perché il primario e la sua equipe, che certamente di quel documento presero piena conoscenza, non ne parlarono umilmente e francamente col loro paziente, magari dandogli le necessarie indicazioni per contattare quegli specialisti? La mancanza di ogni indicazione al riguardo, che neanche successivamente è stata colmata – va avanti – delinea chiaramente il senso del comportamento dei medici della Cardiochirurgia di Massa: essi non hanno mai avuto la minima idea di come risolvere la situazione e hanno deciso di lavarsene le mani, piuttosto che assumersi le loro responsabilità. Probabilmente, nella cinica e segreta speranza che un evento letale eliminasse in modo naturale lo spinoso problema...».

Parole molto dure che adesso toccherà al giudice civile valutare per verificare se la richiesta sia fondata o meno. E non è detto che prima di andare a processo il tribunale non consigli alle due parti un tentativo di mediazione come prevede il codice.

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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