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Cave e marmo, a Massa stangatina sui canoni
La giunta ritocca le tariffe di 1,75 euro a tonnellata, ma soltanto per i blocchi. Tutto invariato per detriti e terre
MASSA. La stangata non c’è. C’è, però, una stangatina, un ritocco, al rialzo, del canone sul marmo che dovrebbe portare nelle casse di Palazzo civico, a parità di escavato, 200.000 euro in più dello scorso anno. Il ritocco è decisione recente, contenuta nella delibera di giunta 56 del 26 febbraio. Ritocco di 1,75 euro a tonnellata previsto solo - ed esclusivamente - per i blocchi. Il canone su terre e detriti non aumenta di un solo centesimo.
L’amministrazione decide, quindi, di rimettere mano al canone sul marmo e lo fa per la seconda volta da quando si è insediata. «Nel 2013 - a fare il punto è Giovanni Rutili, delega alle finanze - l’importo del canone era di 6,76 euro. Adesso raggiunge quota 15,75 euro a tonnellata». Il primo ritocco ha alzato l’importo a 14 euro a tonnellata, la delibera di giunta dei giorni scorsi decreta un ulteriore aumento e dal 1 aprile del 2018 - questa la data indicata nell’atto - i concessionari pagheranno un canone pari a 15,75 euro a tonnellata sui blocchi. Il canone per i detriti da scogliera ed omogeni rimane pari a 3 euro a tonnellata. Invariato anche quello per i detriti eterogenei (1,10 euro) e per le terre (0,5 euro a tonnellata).
Secondo i calcoli dell’amministrazione, a parità di materiale escavato, nel 2018 nelle casse di Palazzo civico dovrebbero entrare, come anticipato, 200.000 euro in più dello scorso anno. Senza dimenticare che il canone marmo non è l’unica “tassa” sulle cave. I concessionari versano, infatti, anche una tassa di trasporto quotata in 1,55 euro a tonnellata e un canone enfiteutico, una sorta - per spiegarsi - di affitto per la concessione della cava. Sommato tutto, nella borsa comunale dal marmo arriva circa 1,5 milioni di euro.
L’applicazione dell’aumento di 1,75 euro a tonnellata - garantisce il vicesindaco Uilian Berti che sulle cave ha la delega - non è stata casuale. L’amministrazione ha in mano, infatti, lo studio eseguito dal centro di geotecnologia dell’Università di Siena sul valore di mercato del marmo. Studio affidato con determinazione dirigenziale del 2015 e finalizzato all’applicazione della legge regionale. La norma “fiorentina” stabilisce che i comuni debbano dotarsi di un regolamento degli agri marmiferi e punta ad applicare il canone non soltanto sulle quantità escavate, ma anche sulle qualità dei materiali estratti definendone il valore medio di mercato.
Sono però emerse - lo evidenzia la determina di giunta sui canoni marmo - alcune contraddizioni e incongruenze nel testo della legge, tanto che è in corso in Regione un riesame del testo. Ed è per quel riesame - prosegue Uilian Berti - che il regolamento, già definito e già in discussione in commissione, ha subìto uno stop. Il Regolamento approvato non c’è, ma c’è lo studio realizzato dall’Università di Siena e, anche se non applicabile, rimane riferimento per definire il canone marmo.
«Quello studio - puntualizza il vicesindaco - è stato comunque indispensabile, su quello abbiamo parametrato il canone in modo che l’incasso derivante dal sistema di tariffazione applicato fosse lo stesso di quello derivante dall’applicazione dei valori indicati da Siena».
Quei fatidici 200.000 euro in più rispetto agli anni scorsi, sempre che non si riduca l’escavato (circa 8.000 tonnellate lo scorso anno) considerato anche che in alcune cave l’estrazione è ferma: «Lavora una decina di cave perché questa amministrazione ne ha chiuse alcune».
Il gettito complessivo che arriva dal settore marmo, tra canone, tassa trasporto e canone enfiteutico, è di circa 1,5 milioni di euro annui. Il prossimo step è approvare il regolamento degli agri che ancora manca e definire le tariffe non soltanto sulle quantità, ma anche sulla qualità del materiale escavato.
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