MA IL VERO RISULTATO SAREBBE ANDARE PRESTO ALLA FILIERA
Marmo e lapideo, solo con la lavorazione in loco ci saranno lavoro e benessere
Ci sono alcuni “non detti” nell’analisi del dottor Andrea Balestri di Confindustria (ex direttore di Assindustria Massa-Carrara), che forse è bene rammentare. Innanzitutto, la cifra degli introiti inizia sì a essere importante, ma questo accade solo da pochi anni. In precedenza gran parte degli oneri legati al comparto, e in particolare la costruzione della Strada dei marmi, sono finiti a carico della fiscalità generale e in definitiva sulle spalle dei cittadini; non a caso Carrara è sul podio dei Comuni più indebitati d’Italia. Andrea Balestri non era ancora a Carrara, ma fino al 1995 - data della prima storica sentenza della Corte Costituzionale, che definì onerose e temporanee le concessioni - tutti i concessionari delle cave di Carrara, tutti insieme, pagavano poco più di 16 milioni di lire l’anno (sì, 8.500 euro circa annui). I 5 miliardi annui di tassa marmi venivano versati dalle aziende che “esportavano” i blocchi passando dalle pese, e infatti il maggior contribuente era la Imeg perché portava l’escavato a San Rocchino; gli altri contribuenti erano centinaia di aziende; di queste, quasi nessuna apuana, le più grandi sono andate all’incasso per farsi restituire i soldi dopo la dichiarazione di illegittimità della tassa marmi. Come abbiamo più volte detto, la strada maestra dopo la sentenza del ’95 era quella di andare ad abbandonare la tassa marmi e puntare tutto sull’onerosità delle concessioni, ma la cosa fu fatta in modo lento e farraginoso nonostante il regolamento della Fazzi Contigli del ’94 fosse stato avallato dalla Consulta. Salvo poi nel 2002, il 10 aprile, inserire in una revisione del regolamento degli agri marmiferi che anzichè sulla base del valore di mercato il marmo doveva essere tassato in base al valore medio (e la concessione fu portata a 29 anni da 20). Negli ultimi anni obiettivamente le cose sono cambiate: lo scandalo supremo, quello della forfettizzazione dei detriti, fu cancellato da Lucio Segnanini nel ’98, ma prima per un po’ di anni le multinazionali del detrito hanno potuto portare via quello che volevano pagando come se dal monte scendesse un milione di tonnellate (sottocosto) e non tre come erano effettivamente.
[[atex:gelocal:il-tirreno:massa:cronaca:1.16191952:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/massa/cronaca/2017/12/02/news/il-marmo-vi-da-27-7-milioni-diteci-come-li-usate-1.16191952]]
Questa è storia ed è bene ricordarla. Gli industriali hanno speso tantissimo in ricorsi, legittimamente. Da qualche tempo però il loro atteggiamento nei confronti della città è cambiato, e su questo bisognerebbe insistere a nostro avviso. E non sul “guardate come siamo bravi, applauditeci”. La Fondazione Marmo è un’ottima iniziativa, magari tardiva, ma in questi casi davvero meglio tardi che mai.
Il vero “non detto” però è un altro. E cioé Balestri dovrebbe spiegare meglio perché gli industriali stanno strenuamente difendendo i beni estimati e perché, obiettivamente con meno furore (per ora, solo qualche ricorso al Tar, già perso), contestano l’impianto generale della nuova legge regionale di settore laddove impone la lavorazione in loco del 50 per cento. I beni estimati sono l’ultimo baluardo prima di doversi arrendersi alle aste pubbliche per le cave, di fatto questa generazione di imprenditori è l’unica dopo secoli a non essere certa che i loro nipoti potranno contare su un asset così remunerativo; mentre l’imposizione della filiera del 50 per cento li costringerebbe, oltre a qualche assunzione, a mostrare un po’ più concretamente l’effettivo volume del loro business, che invece ora il forte export riesce a mascherare. E al carrarino non piace notoriamente far sapere i propri interessi.
Sui beni estimati, poco da dire: dovrà essere una legge dello Stato a fare ordine, e con questi chiari di luna, i tempi si annunciano biblici. Sulla filiera, invece, che quasi certamente dal 2019 diventerà legge, crediamo che gli imprenditori dovrebbero fare un passo in più: già il consorzio di riutilizzo degli scarti è una realtà significativa, ma Carrara e in genere il territorio potranno rifiorire solo quando rinasceranno laboratori, segherie, depositi, opifici diffusi. E questo ci piacerebbe che non accadesse per imposizione di legge ma per convinzione: la città si aiuta certamente con il sostegno della Fondazione Marmo, ma anche e soprattutto ridistribuendo lavoro e benessere.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
