Il Tirreno

«Sono fatti indegni di qualsiasi cristiano»

di Alessandra Vivoli
«Sono fatti indegni di qualsiasi cristiano»

Don Raffaello: putredine che abbiamo provato a fermare già due anni fa

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CARRARA. Don Raffaello considera ancora don Luca Morini un confratello?

«Quello che mi viene chiesto mi mette profonda tristezza. Non per i giudizi che io non posso dare ma che daranno il nostro Signore e i giudici. Ma per l’angoscia che scaturisce da fatti concreti che sono assolutamente e sostanzialmente contrari, non solo a una figura sacerdotale ma anche a un qualsiasi cristiano degno di questo nome».

Queste le parole. Questa la forza. Ma due premesse sono necessarie prima di trascrivere la lunga chiacchierata con don Raffaello Piagentini, fiero ottantenne parroco del Duomo di Carrara.

La prima: durante una pausa caffè al bar, prima di salire le scale della canonica, una cittadina, Rosa parla dei fatti del giorno, della vicenda di don Morini e dice: «Don Raffaello è una perla rara, è il valore aggiunto della nostra città. Io lo vorrei come sindaco».

La seconda premessa riguarda i tempi: don Raffaello arriva all’appuntamento con Il Tirreno con cinque minuti di ritardo. In bicicletta, trafelato. Si scusa ma ha tante visite da fare: «Ci sono tanti parrocchiani che hanno bisogno e ora sbrighiamoci perché devo fare altre commissioni prima di pranzo. E meno male che le gambe mi reggono».

Don Raffaello indossa un maglione blu, la camicia e una croce appuntata al petto: «il collarino mi fa strozzare ma il simbolo lo voglio qui in petto».

È amareggiato: «Provo una grande sofferenza» e accetta di parlare del caso don Euro, che proprio in questi giorni sta scuotendo l’intera curia, senza mai fare direttamente il nome del vescovo Giovanni Santucci che, lo ricordiamo è iscritto al registro degli indagati per presunta appropriazione indebita e frode.

Non fa nomi don Piagentini. Ma parla di una lettera che lui e altri parroci firmarono due anni fa, ai tempi in cui scoppiò lo scandalo don Morini. Una lunga missiva e un messaggio chiaro che, anche se non viene mai nominato, era, già allora, rivolto al vescovo: «Perché non ci ha informato su quello che stava succedendo?».

«Noi sacerdoti apparteniamo a una realtà che si chiama presbiterio– è scritto nella lettera che ci legge don Raffaello – è un’entità ontologico-sacramentale, per cui una ferita non colpisce un singolo ma tutto il corpo. Questa è la dottrina del Vangelo e della chiesa».

E aggiunge un passaggio in cui, senza citarlo, lui e gli altri parroci chiamano in causa il vescovo: «L’amarezza che è precipitata nel nostro cuore e nella nostra coscienza è di aver conosciuto queste realtà putride e fetide non da chi avrebbe dovuto dircelo, ma dai mass-media. Non è che non ci piacciono “Le Iene” (la trasmissione di Italia uno che nel febbraio scorso ha sollevato il caso don Morini) ma prima di loro doveva essere qualcuno a dirci quanto stava succedendo».

«Per rispetto e amore del nostro presbiterio e dei nostri fedeli – continua la lettera – avremmo dovuto essere informati con le dovute condizioni di carità».

C’è un altro punto centrale della missiva che tocca, anche se parafrasando la parabola del figliol prodigo, senza nomi, senza cenni precisi, pone un altro problema: se don Luca non ha cambiato registro, comportandosi allo stesso modo a Avenza, a Fossone e a Caniparola, perché - questo sembra vogliano dire i sacerdoti - la curia ha continuato a sostenerlo?

«Dio è padre di Misericordia, il figliol prodigo però torna a casa sporco, sudicio e pidocchioso, ma con amore, coscienza, timore e contrizione. Qui invece la putredine è continuata e sembra siano stati messe in opera modalità di favori personali che non hanno nessuna analogia con la festa del Padre misericordioso».

E poi la conclusione: «Ci fermiamo qui con la sincera convinzione che ci muove solo l’affetto per la nostra chiesa, un amore che ha occhi per scorgere ogni giorno decine di confratelli, ultra ottantenni, che portano avanti con fatica, impegno indefesso, affetto e silenzio la loro comunità. E che i loro occhi, le loro mani e le loro braccia siano intristite e fiaccate da braccia, mani e occhi che dovrebbero sorreggere, infondere luce e speranza, è una cosa che non possiamo tollerare».

Questo don Raffaello e i sacerdoti lo hanno scritto due anni fa. Quando sembrava che non ci potesse essere il peggio a quanto emerso a carico di don Luca Morini.

Questo è quello che ha riletto ieri mattina, a noi de Il Tirreno il parroco del Duomo. Che ha ottant’anni e che, prima di andare a pranzo si è rinfilato il giubbotto pesante, smanicato, ha inforcato la bicicletta e ha salutato in tutta fretta. «Io ho famiglie da andare a visitare, c’è tanta gente che sta male, ci sono malattie. Io sono un prete che sta in mezzo alla gente, questo è quello che so fare».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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