Il Tirreno

Mattia Glauber, “mani d’oro” per i battiti dei cuori apuani

di Libero Red Dolce
Mattia Glauber, “mani d’oro” per i battiti dei cuori apuani

Per vent’anni ha lavorato all’Opa, contribuendo a renderlo un’eccellenza Dal 2014 a Milano, un paziente massese lo ha ringraziato con una pagina

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MASSA. Glauben: dal tedesco “credere”, “prestare fede”. Nonostante nel suo cognome quella “n” si sia attorcigliata in una “r”, al dottor Mattia Glauber, cardiochirurgo di fama mondiale per anni in servizio all’Opa, non pochi rimettono la propria fiducia. E lo testimoniano le toccanti parole di un ringraziamento che un suo paziente massese, ha deciso di affidare al nostro giornale ieri .

Glauber è uomo di scienza. La fiducia che i pazienti ripongono in lui dunque non è quella religiosa o mistica, bensì quella che sgorga dalla buona prassi. Fiducia, e non abbandono. Vent’anni di servizio all’Opa e oltre mille interventi parlerebbero da soli. Ma la medicina non è computo freddo e numerico, somma di quantità e sottrazione di insuccessi.

Lo avevano ribattezzato “mani d’oro” negli anni sotto le apuane. Ma niente meglio delle parole del paziente pubblicate ieri spiega che oltre a sapienza manuale c’è una cifra umana che rende Glauber qualcosa di più di un grande professionista. «Essere eccellenza, senza umiltà ed umanità, può anche salvare molte vite, ma resta solo un fatto tecnico. La vera eccellenza sta negli uomini e nelle donne che mettono il loro cuore al servizio della collettività, senza sentirti, per questo, degli eroi».

Come chi è abituato a ricevere ringraziamenti per quello che fa, Glauber pare quasi schivarli. Sembra imbarazzarsi. Come a dire: ho fatto quello che so, quello che dovevo. «Mi ha sorpreso ed emozionato», dice commentando la pagina di ringraziamento dedicatagli. Ma non vuole esporla più di tanto. A proteggere da ogni eccesso, persino di entusiasmo, l’empatia che si crea tra medico e paziente.

Quando se ne andò dall’Opa, nel 2014, per andare a dirigere l’Unità operativa di chirurgia del cuore e dei grossi vasi all’istituto Sant’Ambrogio di Milano in tanti storsero la bocca. «Se ne va un’eccellenza del territorio», si diceva in prima battuta delusi. «E non si è stati in grado di difenderla», si aggiungeva amari l’attimo dopo.

«Me ne andai perché sono curioso e alla ricerca di nuove sfide», dice con lo spirito che contraddistingue chi ricerca. Nella vita come nello studio. Ed è dai tempi di Odisseo che l’uomo di ingegno si muove, affronta nuovi mari, per trovare sfide che allarghino i suoi orizzonti. «Milano è una grande metropoli, che ha il passo delle realtà internazionali. Lavoro molto con l’estero, viaggio tantissimo. Insegno in Cina, Stati Uniti, Emirati». E nel bagaglio porta anche i vent’anni passati nell’ospedale massese.

«È un filo che non si è mai interrotto. E come potrebbe? Ho un grosso legame con il territorio. Vengo a Massa solitamente il sabato mattina, faccio ambulatorio al Centro diagnostico apuano». E fin qui la professionalità. «A parte questo ho figli che sono nati qui, moglie originaria di qua. Veniamo per ripulire la mente», afferma con affetto.

Dopo gli studi a Pavia, lui comasco, aveva lavorato a Bergamo. Poi la proposta nel 1995 di iniziare a Massa l’attività di cardiochirurgia dell’adulto. Una sfida ambiziosa, da cominciare da zero o quasi. Accettò e in vent’anni quella realtà divenne un centro di riferimento internazionale. Soprattutto nella sua specialità: la cardiochirurgia mini-invasiva.

«Si tratta di una chirurgia fatta con piccoli incisioni, che non prevedono più la sternotomia, l’apertura cioè completa del torace. È l’approdo a una chirurgia fatta di piccoli accessi, introducendo sonde. Con evidenti vantaggi per i pazienti. Degenza ospedaliera più breve, recupero più rapido, minor trauma chirurgico, possibilità di respirare meglio. Il trauma sull’organismo è meno forte».

Da uomo di origini austro-ungariche, tradite dal cognome e da una certa flemma sicura nel parlare, sottolinea l’impegno che comportò portare Massa a essere un punto di riferimento nel mondo. «Si lavorava giorno e notte, con grandissima determinazione. E con carisma e leadership: da soli, senza squadra, non si fa niente. La mia è stata una squadra fatta di cardiologi, anestesisti, chirurghi, infermieri assolutamente eccezionali. E a partire da quello si cercano i fondi per la ricerca. Che se arrivano si sfruttano e si portano avanti i progetti».

E grazie a quell’equipe e a quella capacità di attirare fondi, Massa diede un grosso contributo allo sviluppo della cardiochirurgia mini invasiva. Un bagaglio che è andato via con Glauber, come temeva qualcuno? «Tutt’altro – risponde – è rimasto qui, nelle professionalità con le quali ho lavorato e che sono arrivate anche dopo la mia partenza».

“Mani d’oro” adesso è andato via. Ma è un’assenza che spesso si fa presenza. Per affetto, per passione. Quelle storie che non si spezzano di colpo. Come quei battiti continui, magari tenui, che tante volte Glauber ha contribuito ad allungare.

«Spero che un giorno, non lontano, torni ad operare nei luoghi a lui familiari», scrive Bono nel suo ringraziamento. Glauber su questo non risponde. «Sono un cardiochirurgo, questo è quello che so fare e che faccio». Il manifesto di vita di un medico.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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