Il presidio
Rissa alla Partaccia: «Con il machete Livio voleva solo difendersi»
di Manuela D’Angelo
Parla la compagna dell’uomo che ha aggredito tre persone mandandole all'ospedale :«Ha subìto anni di soprusi, suo zio arrivò a minacciare anche me»
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MASSA. «Lo hanno descritto come un mostro, ma lui si è soltanto difeso. Può sembrare banale, ma io ho visto tutto e adesso la nostra famiglia è distrutta».
A parlare, è Annarita Paggetti, compagna di Livio Romano, l’uomo che lo scorso 27 giugno, prese un machete e ferì tre persone, tra cui lo zio, davanti casa, alla Partaccia.
Da una settimana, ormai, Annarita non fa che leggere del tentato omicidio di cui il compagno è accusato e con coraggio e, ammette, anche un po’ di vergogna, ha deciso di testimoniare sulle pagine del Tirreno: «Non servirà a nulla, ma vorrei che la gente sapesse che le cose non stanno proprio come sono state descritte. Livio ha passato una vita a sopportare soprusi, cattiverie, vendette di ogni genere, illazioni, epiteti, danni, morali ed economici. Lo hanno fatto ammalare e quella mattina si è difeso da una aggressione, non ha aggredito per primo»
«Sono arrivati a casa nostra in tre- racconta sempre la signora Paggetti-, c’era lo zio e due inquilini che abitano accanto a noi e che occupano la sua casa. Lo zio, invece, vive a 10 km di distanza. Li ho prima sentiti gridare fuori dal giardino, e poi li ho visti entrare nella nostra proprietà. Livio ha preso la prima cosa che gli è capitata sotto mano, mentre in tre cercavano di colpirlo. Io li vedevo alzare le mani velocemente, non sapevo che Livio avesse un’arma».
E’ difficile parlare della condizione mentale e fisica dell’uomo che ama, ma Annarita lo fa, confessando una difficile malattia del compagno, che i due stavano affrontando insieme: «L’ho visto diventare bianco cadaverico- dice- durante la zuffa; ho pensato che sarebbe morto lì sul prato. Anche la polizia ha dovuto dargli subito da mangiare qualcosa di dolce perché stava per entrare quasi in coma quando lo hanno preso, dopo essere scappato per la paura. Nessuno sa cosa abbiamo passato per tanti anni, cosa abbiamo dovuto sopportare. Anche io, personalmente, che sono entrata in famiglia solo 12 anni fa, ho subito gli attacchi dello zio di Livio e le sue minacce. Una volta mi disse: “A te te la faccio pagare”; mi sono sentita spesso violata anche nella mia femminilità. Livio ha sempre dovuto difendermi». Non tutto, al momento, si può raccontare riguardo la storia della famiglia Romano: «Basti sapere- dice la Paggetti- che i problemi risalgono a quando Livio era ancora un bambino; lo zio lo ha sempre chiamato “bastardo” facendogli intendere di tutto, nonostante fosse piccolo; ci hanno rovinato economicamente quando ci fecero smantellare un bungalow che affittavamo ai turisti campeggiatori». I parenti di Livio Romano contano di contro denunciare lo zio, per violazione di domicilio e aggressione, e di poter fare emergere la verità in sede di processo.
A parlare, è Annarita Paggetti, compagna di Livio Romano, l’uomo che lo scorso 27 giugno, prese un machete e ferì tre persone, tra cui lo zio, davanti casa, alla Partaccia.
Da una settimana, ormai, Annarita non fa che leggere del tentato omicidio di cui il compagno è accusato e con coraggio e, ammette, anche un po’ di vergogna, ha deciso di testimoniare sulle pagine del Tirreno: «Non servirà a nulla, ma vorrei che la gente sapesse che le cose non stanno proprio come sono state descritte. Livio ha passato una vita a sopportare soprusi, cattiverie, vendette di ogni genere, illazioni, epiteti, danni, morali ed economici. Lo hanno fatto ammalare e quella mattina si è difeso da una aggressione, non ha aggredito per primo»
«Sono arrivati a casa nostra in tre- racconta sempre la signora Paggetti-, c’era lo zio e due inquilini che abitano accanto a noi e che occupano la sua casa. Lo zio, invece, vive a 10 km di distanza. Li ho prima sentiti gridare fuori dal giardino, e poi li ho visti entrare nella nostra proprietà. Livio ha preso la prima cosa che gli è capitata sotto mano, mentre in tre cercavano di colpirlo. Io li vedevo alzare le mani velocemente, non sapevo che Livio avesse un’arma».
E’ difficile parlare della condizione mentale e fisica dell’uomo che ama, ma Annarita lo fa, confessando una difficile malattia del compagno, che i due stavano affrontando insieme: «L’ho visto diventare bianco cadaverico- dice- durante la zuffa; ho pensato che sarebbe morto lì sul prato. Anche la polizia ha dovuto dargli subito da mangiare qualcosa di dolce perché stava per entrare quasi in coma quando lo hanno preso, dopo essere scappato per la paura. Nessuno sa cosa abbiamo passato per tanti anni, cosa abbiamo dovuto sopportare. Anche io, personalmente, che sono entrata in famiglia solo 12 anni fa, ho subito gli attacchi dello zio di Livio e le sue minacce. Una volta mi disse: “A te te la faccio pagare”; mi sono sentita spesso violata anche nella mia femminilità. Livio ha sempre dovuto difendermi». Non tutto, al momento, si può raccontare riguardo la storia della famiglia Romano: «Basti sapere- dice la Paggetti- che i problemi risalgono a quando Livio era ancora un bambino; lo zio lo ha sempre chiamato “bastardo” facendogli intendere di tutto, nonostante fosse piccolo; ci hanno rovinato economicamente quando ci fecero smantellare un bungalow che affittavamo ai turisti campeggiatori». I parenti di Livio Romano contano di contro denunciare lo zio, per violazione di domicilio e aggressione, e di poter fare emergere la verità in sede di processo.
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