Il Tirreno

Massa, «Il mio cane Boris deve tornare a casa con me, mai fatto del male»

di Manuela D’Angelo
Massa, «Il mio cane Boris deve tornare a casa con me, mai fatto del male»

Udienza al processo alla donna accusata di maltrattamento di animali. Fu denunciata dalla Lega del Cane, il bull terrier le fu tolto due anni fa

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MASSA. «Riporterei a casa con me Boris anche adesso. L’ho raccolto dalla strada, l’ho accudito, l’ho curato, ho speso migliaia di euro in medicine, fino a quando per dispetto non me lo hanno portato via. Arriverò fino in fondo a questa storia. Boris deve tornare a casa da me».

Daniela Rivieri, imputata nel processo per maltrattamento di animali, avviato dalla Lega Nazionale del Cane per difendere Boris, un bull terrier malato e anziano, decide di rispondere a tutte le domande che gli pone l’accusa e la parte civile. Durante l’esame si commuove spesso, vorrebbe dire di più, vorrebbe far capire al giudice, Giovanni Tori, il suo profondo amore per gli animali: «Ho altri cani, due furetti, capre, daini che curo in un bosco di mia proprietà, perché me li ha lasciati mio padre. Non farei mai del male a nessuno».

L’avvocato Valeria Palmegiani, per la Lega del Cane, rappresentata da Alessandra Margara, diventata custode giudiziaria di Boris, mostra in aula le foto scattate alla cuccia del cane: sporcizia, escrementi, sangue per terra e chiede se si intenda questo per “accudire, medicare e custodire”.

«Pulivo ogni sera quando tornavo a casa- risponde la Rivieri-; Boris era un cane che si feriva spesso contro la rete, sporcava molto. Chi ha scattato quelle foto lo ha fatto quando io non c’ero, sapendo che avrei pulito dopo poche ore». In aula parlano anche due testimoni della difesa: la farmacista Claudia Barlatta, che conferma di aver più volte venduto medicine per Boris a Daniela Rivieri, nonostante il veterinario, il dottor Ricci, in una precedente udienza parlò di una sola ricetta emessa per un antiparassitario e poi l’amica fidata Manuela Bimbi: «Daniela va matta per gli animali, le dicevo sempre di non prendersi a carico un cane così problematico, ma lei ha voluto per forza farlo entrare in casa. Boris l’ho visto sempre libero, in giardino, con lei che gli faceva le spugnature per la dermatite».

Eppure, due anni fa, fu proprio il fratello della Rivieri a segnalare alla Polizia municipale e alle Guardie zoofile i maltrattamenti che il cane riceveva chiuso in un recinto sul retro della casa. Secondo i verbali del tempo, quando Boris fu “liberato” da Roberto Guelfi, presidente locale della Lega Nazionale del cane, dopo mesi di sofferenze, si presentava “senza più pelo, con gli occhi malati, ferito nel corpo e nell’anima, perennemente legato a un corda e con un pagliericcio come unico riparo. Piangeva giorno e notte”.

Daniela Rivieri, denunciata per maltrattamento di animali, reato per il quale, secondo l’articolo 544 ter del codice penale, è prevista la pena della reclusione da tre a diciotto mesi di carcere o una multa fino a 30 mila euro, non si è mai arresa e sta affrontando il processo per ottenere giustizia e riavere Boris, che da due anni vive al canile rifugio di Febo, a Montepepe.

Il 28 luglio il giudice pronuncerà la sentenza di primo grado; intanto Boris vive conteso tra vecchi e nuovi padroni e la storia continua ad arricchirsi di querele per diffamazione, pronunciate sui social, minacce e violenze.



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