Meteo
Lama e il caso Dazzi: «L’eversione anarchica dietro quell’autobomba»
di David Chiappuella
All’epoca dei fatti, 26 anni fa, seguì l’inchiesta come pm «Poche settimane prima partecipò allo sgombero del Politeama»
3 MINUTI DI LETTURA
CARRARA. Lunedì scorso ricorrevano 26 anni dall’omicidio dell’ingegner Alberto Dazzi, direttore dei lavori per la costruzione del Marble Hotel, iniziato nei pressi dell’uscita autostradale nel 1988, grazie agli 8 miliardi di lire stanziati dal governo in occasione dei mondiali di calcio del 1990 e ad oggi incompiuto.
Il professionista fu ucciso in viale Galilei da un’autobomba il 15 maggio 1991. Qualcuno ha sostenuto che la matrice del delitto, rimasto impunito, sarebbe da ricondurre alle gesta della grande organizzazione malavitosa di importazione, presente sulla costa apuo-versiliese. Ma oggi il giudice Augusto Lama, che all’epoca in cui era sostituto procuratore della Repubblica di Massa indagò sul delitto Dazzi, fino a quando l’inchiesta terminò con un’archiviazione, ribadisce che dietro l’episodio ci sarebbe invece l’eversione anarchica.
Tale pista di indagine, subito dopo l’omicidio, era stata la prima ad essere seguita. Per confermare la sua tesi Lama, oggi giudice del lavoro, ricorda che il 5 novembre 1991, neanche 6 mesi dopo l’omicidio Dazzi, fu arrestato a Cinquale, a seguito di un conflitto a fuoco con i carabinieri, l’anarchico svizzero Marco Camenisch, noto per gli attentati dinamitardi ai tralicci dell’energia elettrica, che proprio lo scorso 10 marzo ha ottenuto la libertà condizionale dopo 25 anni di reclusione. «Prima della sua cattura -fa notare il magistrato- Camenisch era transitato anche per Carrara, dove aveva allacciato contatti con il movimento anarchico locale».
L’ex sostituto procuratore ha ricordato anche che l’ingegner Dazzi non era affatto popolare tra gli anarchici carraresi, perché il 24 marzo 1990 aveva partecipato attivamente allo sgombero della Fai e del Germinal, le cui sedi si trovavano nel palazzo del Politeama, di cui era proprietaria la Caprice, società immobiliare presieduta da Dazzi.
«All’epoca -ha spiegato Lama- la polizia scientifica non disponeva dei sofisticati mezzi di indagine attuali. L’inchiesta, dunque, non ci consentì di risalire ai colpevoli. Del resto, nella storia di Carrara ci sono stati altri casi rimasti irrisolti. All’inizio degli anni ’80, ad esempio, venne ritrovato alle cave un cadavere bruciato di cui non fu neppure possibile stabilire l’identità. Ricordo anche la vicenda di un dipendente postale sparito nel nulla e mai più ritrovato. L’unica speranza in situazioni come queste, relative ad eventi così remote, è che si faccia vivo qualcuno informato sui fatti, consentendo la riapertura del caso, grazie all’acquisizione di nuovi elementi di indagine».
Comunque siano andate le cose, è certo che il nome dell’ingegner Dazzi resta legato ancora oggi a quello del Marble Hotel, simbolo delle grandi incompiute del nostro territorio. Nella sua area, oltre alla gigantesca gru, che troneggia in mezzo al cantiere, c’è ancora la struttura dell’edificio, incompleta ed ormai fatiscente, con ponteggi e vetri alle finestre (quelle lato mare). Eppure sulla carta (e dopo trent’anni ancora e soltanto lì) le intenzioni erano delle migliori: 150 camere, 2 ristoranti, discoteche, aree benessere, una mega sala convegni, un parcheggio sotterraneo di oltre 3mila metri. Uno dei nodi che impedirebbero l’ultimazione dell’opera sarebbe la mancanza di un’adeguata strada di accesso ed in particolare di una rotatoria, che dovrebbe realizzare la Salt, per rendere più agevole l’accesso al cantiere. Lo sblocco di quest’ultimo step è atteso da anni, ma ad oggi non è ancora successo nulla. L’albergo, secondo i primi progettisti, doveva servire per ospitare i tifosi di Italia ’90, anche se lo stadio nazionale più vicino era quello di Genova, distante più di 100 km.
Il professionista fu ucciso in viale Galilei da un’autobomba il 15 maggio 1991. Qualcuno ha sostenuto che la matrice del delitto, rimasto impunito, sarebbe da ricondurre alle gesta della grande organizzazione malavitosa di importazione, presente sulla costa apuo-versiliese. Ma oggi il giudice Augusto Lama, che all’epoca in cui era sostituto procuratore della Repubblica di Massa indagò sul delitto Dazzi, fino a quando l’inchiesta terminò con un’archiviazione, ribadisce che dietro l’episodio ci sarebbe invece l’eversione anarchica.
Tale pista di indagine, subito dopo l’omicidio, era stata la prima ad essere seguita. Per confermare la sua tesi Lama, oggi giudice del lavoro, ricorda che il 5 novembre 1991, neanche 6 mesi dopo l’omicidio Dazzi, fu arrestato a Cinquale, a seguito di un conflitto a fuoco con i carabinieri, l’anarchico svizzero Marco Camenisch, noto per gli attentati dinamitardi ai tralicci dell’energia elettrica, che proprio lo scorso 10 marzo ha ottenuto la libertà condizionale dopo 25 anni di reclusione. «Prima della sua cattura -fa notare il magistrato- Camenisch era transitato anche per Carrara, dove aveva allacciato contatti con il movimento anarchico locale».
L’ex sostituto procuratore ha ricordato anche che l’ingegner Dazzi non era affatto popolare tra gli anarchici carraresi, perché il 24 marzo 1990 aveva partecipato attivamente allo sgombero della Fai e del Germinal, le cui sedi si trovavano nel palazzo del Politeama, di cui era proprietaria la Caprice, società immobiliare presieduta da Dazzi.
«All’epoca -ha spiegato Lama- la polizia scientifica non disponeva dei sofisticati mezzi di indagine attuali. L’inchiesta, dunque, non ci consentì di risalire ai colpevoli. Del resto, nella storia di Carrara ci sono stati altri casi rimasti irrisolti. All’inizio degli anni ’80, ad esempio, venne ritrovato alle cave un cadavere bruciato di cui non fu neppure possibile stabilire l’identità. Ricordo anche la vicenda di un dipendente postale sparito nel nulla e mai più ritrovato. L’unica speranza in situazioni come queste, relative ad eventi così remote, è che si faccia vivo qualcuno informato sui fatti, consentendo la riapertura del caso, grazie all’acquisizione di nuovi elementi di indagine».
Comunque siano andate le cose, è certo che il nome dell’ingegner Dazzi resta legato ancora oggi a quello del Marble Hotel, simbolo delle grandi incompiute del nostro territorio. Nella sua area, oltre alla gigantesca gru, che troneggia in mezzo al cantiere, c’è ancora la struttura dell’edificio, incompleta ed ormai fatiscente, con ponteggi e vetri alle finestre (quelle lato mare). Eppure sulla carta (e dopo trent’anni ancora e soltanto lì) le intenzioni erano delle migliori: 150 camere, 2 ristoranti, discoteche, aree benessere, una mega sala convegni, un parcheggio sotterraneo di oltre 3mila metri. Uno dei nodi che impedirebbero l’ultimazione dell’opera sarebbe la mancanza di un’adeguata strada di accesso ed in particolare di una rotatoria, che dovrebbe realizzare la Salt, per rendere più agevole l’accesso al cantiere. Lo sblocco di quest’ultimo step è atteso da anni, ma ad oggi non è ancora successo nulla. L’albergo, secondo i primi progettisti, doveva servire per ospitare i tifosi di Italia ’90, anche se lo stadio nazionale più vicino era quello di Genova, distante più di 100 km.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
