Il Tirreno

Ucciso a 16 anni, una vecchia multa incastra il pirata: «Ho avuto paura e sono scappato»

Danilo Danna
Sulla destra il pirata della strada che ha ucciso Alessio (nel riquadro)
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Sulla destra il pirata della strada che ha ucciso Alessio (nel riquadro)

Carrara, Michele Agostini ha confessato di aver investito Alessio. Vincente il gioco di squadra tra i vigili urbani e i carabinieri

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CARRARA. «Ho avuto paura, per questo sono scappato. Mi dispiace per quel ragazzo, ma me lo sono trovato davanti e non ho potuto fare niente per evitarlo». Ha confessato tutto Michele Agostini, 37 anni, l’uomo che era in sella allo scooter - uno Yamaha Majesty 125 di colore nero - che ha travolto Alessio Zanetti intorno alle 13 di giovedì. Il sedicenne per le ferite riportate è deceduto alcune ore più tardi nella sala rianimazione del Noa.

Agostini non si è fermato per prestare soccorso allo studente, anzi prima è scappato e dopo è tornato indietro per raccogliere alcuni pezzi del motociclo che erano rimasti sull’asfalto. E che potevano permettere agli inquirenti di identificarlo. Il trentasettenne, però, nella fretta di dileguarsi, ha dimenticato uno specchietto e una scheggia della carena. Tracce che sono servite ai vigili urbani - guidati dal comandante Paola Micheletti - e ai carabinieri del nucleo operativo - coordinati dal luogotenente Walter Calandri - a risalire all’identità del pirata. Ma non è stato facile. Anzi. Per arrivare ad Agostini gli inquirenti hanno passato tutto il pomeriggio e parte della serata a scremare i nomi di una lista con una ventina di sospetti. Persone e mezzi compatibili con quanto trovato in terra, quanto raccontato dai testimoni e quanto mostrato dalle telecamere. Le riprese degli occhi elettronici di Baudoni, Fossone e Turigliano (e del T red, quello che rileva solo le infrazioni, di Ortonovo) si sono rivelate fondamentali perché hanno fornito un pezzo di targa dello scooter e quindi permesso a carabinieri e agenti municipali di fare una prima scrematura. Sono stati visionati i video da mezzogiorno alle tredici inoltrate, proprio per coprire una fascia oraria talmente vasta da intercettare il colpevole. Intuizione che si è rivelata azzeccata.

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Gli uomini di Michelotti e Calandri hanno lavorato in sinergia, andando casa per casa a vedere in che condizioni erano gli scooter dei sospetti. Che hanno collaborato senza fiatare. Un lavoro certosino iniziato nel primo pomeriggio, quando il povero Alessio era ancora vivo, e terminato intorno alle 22.30, quando è arrivato il turno del trentasettenne. In casa sua però la polizia municipale era andata con qualcosa di più di un sospetto, perché dalla banca dati del comando era saltata fuori una vecchia multa per un’infrazione che aveva commesso pur non essendo proprietario del mezzo. È bastato suonare alla porta dell’abitazione dove risultava domiciliato - in località Canalie - per risolvere il caso. Appena ha visto le divise sull’uscio si è arreso: «Sono io quello che cercate, sono io che ho investito quel ragazzo». Poi ha portato gli agenti nello spiazzo dove aveva lasciato il suo Majesty. E mancavano sia lo specchietto sia quel pezzo di carena. Così è stato portato al comando e lì interrogato dal sostituto procuratore Roberta Moramarco, assistito dal suo legale di fiducia, l’avvocato Alessandro Maneschi. Per un paio di ore ha spiegato quali erano stati i suoi movimenti dopo l’incidente, passo dopo passo. Ennesima confessione: Agostini ha ammesso tutto. Anche di essere tornato indietro a raccogliere i pezzi del motociclo.

Dopo è scattato l’arresto per il reato di fuga del conducente a seguito di omicidio stradale: la misura cautelare decisa dal magistrato è stata quella dei domiciliari, nell’abitazione dei genitori (quella di residenza). Perché vista la collaborazione decadeva il timore della fuga.

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