Il Tirreno

«Siamo gli ultimi della catena alimentare» 

di Libero Red Dolce
«Siamo gli ultimi della catena alimentare» 

Il racconto dei ritardi nei pagamenti, dei subappalti che si susseguono e delle paure

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MASSA. «Siamo il plancton del Nuovo Pignone, l’ultimo anello di una catena alimentare, quello meno protetto e più facile da inghiottire». Affidatevi alla metafora di Alessandro Marchini, operaio Andaloro e Rsu Fiom, per capire il sistema dei sub appalti nel mondo del lavoro. Ecosistemi inseriti uni negli altri, dentro i quali nuotano lavoratori-pesci via via sempre meno protetti ed esposti al rischio di essere cancellati o predati.
Pasqua senza stipendi, acconti al posto della busta paga completa e operai che diventano cattivi pagatori con la banca che bussa per il mutuo e l’azienda che ritarda sempre nei pagamenti. Sono le costanti che raccontano gli operai della siciliana Andaloro, sede a Milazzo, provincia di Messina, raggiunti dalla comunicazione di licenziamento per tutti a fine mese.
Quello che però non sono più disposti a tollerare è questa precarietà continua, imposta dall’alto. «Il sistema degli appalti è ignobile, una condizione che viviamo da anni e che permette alle aziende di susseguirsi senza dover mai pagare per gli errori di gestione che fanno. Nuovo Pignone si vanta della qualità del lavoro, del rispetto della sicurezza, ma dovrebbe garantire che queste cose non accadano più. Loro possono farlo», aggiunge Marchini.
E di «spezzare l’incantesimo dei subappalti» parla Manuel Mainas, Rsu della Fim Cisl, che aggiunge: «Siamo sempre sul filo del rasoio, con aziende che entrano all’ultimo momento, non sappiamo mai a che destino andiamo incontro. Ora vediamo se ci sarà questo passaggio diretto con una controllata di BCube».
Domenico Garrì racconta invece di iniziative unilaterali dell’azienda che «sostiene di averci pagato gli stipendi mentre adesso ci ha dato solo un acconto. Lasciandoci anche a Pasqua senza lo stipendio. Operai che non avevano soldi per pagare la benzina hanno chiesto un acconto e nessuno gli ha dato una risposta».
Tra gli operai si spera in un appalto che garantisca, come promesso peraltro, almeno tre o cinque anni di serenità. «Chi lavora qui da molto ne ha visti almeno 4 cambiare e la preoccupazione è che assumono al Pignone per fare il lavoro che facciamo noi. Il nostro contributo è importante e lo facciamo con serietà, ci aspettiamo altrettanto», conclude Giuseppe Lugano dell’Uilm Uil

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