Il Tirreno

«Ho tentato di salvare papà, inutilmente» 

«Ho tentato di salvare papà, inutilmente» 

La testimonianza di Simona, figlia di Paolo Pozzi, annegato in cantina: «Era sceso un attimo lasciando la porta aperta»

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MASSA. Aveva appena 59 anni Claudio Pozzi, una delle due vittime dell’alluvione di Aulla del 25 ottobre del 2011 (l’altra si chiamava Enrica Pavoletti e aveva 78 anni). Era a casa quel giorno e aveva preparato da mangiare perché la moglie Katia Giromini era andata a trovare l’anziana madre e a cena ci sarebbe stata annche la figlia Simona e la nipotina Mariasole. Simona alle 17. 30 arriva insieme alla bimba, lui la saluta e si mette a giocare. Alle 18 l’uomo scende in cantina a prendere il vino. Lascia la porta aperta. Incontra la moglie sulle scale. Un saluto veloce, L’ultimo, ma nessuno dei due lo sa. Due minuti dopo la piena di acqua e fango che lo inghiotte. Lui urla ma non c’è nulla da fare.
Da quell’urlo è partita la testimonianza della figlia Simona, che nel processo che vede alla sbarra undici persone – Giovanni Menna, Gianluca Barbieri, Stefano Michela; a processo anche Lucio Barani, ex sindaco di Aulla e oggi senatore, Roberto Simoncini, primo cittadino alla data dell’alluvione, i dirigenti del Comune di Aulla (con competenze nel settore urbanistica, lavori pubblici e protezione civile) Franco Testa, Giuseppe Lazzerini, Mauro Marcelli e Ivano Pepe, l’ex vicesindaco e assessore comunale aullese Gildo Bertoncini e Giovanni Chiodetti, ex assessore comunale alla protezione civile (agli imputati sono contestati, a vario titolo, i reati di omicidio e disastro colposo)– si è costituita parte civile (la rappresenta l’avvocato Riccardo Balatri). «Ho sentito prima un boato e un urlo che arrivava dalle cantine. Era papà, l’ho riconosciuto. Sono scesa per vedere cosa era successo, ma l’acqua ormai aveva coperto il pianterreno. Ho provato lo stesso a tuffarmi, ma c’era troppo fango. La melma mi impediva di muovermi. Nel frattempo è arrivata anche mia madre con Mariasole. Mi ha lanciato un’asse e con quella sono riuscita ad aggrapparmi alla ringhiera e a venire fuori da quella trappola. Siamo tornate su ma sapevamo che per papà non c’era più nulla da fare. Lo hanno trovato i pompieri all’alba, senza vita». Con l’aiuto di Balatri la donna ha raccontato al giudice Giovanni Sgambati la giornata dell’alluvione: «Ero andata a Santo Stefano Magra con mia figlia in un centro commerciale. Poi sono passata dai miei, come facevo spesso. Erano le 17 da un po’. Ho fatto la strada principale, c’era molta gente ma nessuno della protezione civile o delle forze dell’ordine. Non sembrava che dovesse succedere un disastro da un momento all’altro. ero tranquilla e così mio padre». Anche la moglie di Pozzi (rappresentata dall’avvocato Paolo Masseglia) ha raccontato quella drammatica serata: «Ho visto Paolo sulle scale, mi ha detto che stava andando in cantina a prendere il vino e che a casa c’erano Simona e la piccina. Ho lasciato la porta aperta, come aveva fatto lui. Doveva risalire da un momento all’altro. Stavo vestendo Mariasole quando ho sentito il boato e il pavimento tremare. Mi sono precipitata di sotto e c’era Simona che stava affogando nel fango. Le ho tirato un’asse e con quella sono riuscita a salvarle la vita. L’ho riportata di sopra, non c’era più nulla da fare per mio marito. È stato tremendo». Katia Giromini ha detto che prima di quel boato la situazione sembrava tranquilla: «Sono uscita da casa di mia madre alle 18 e ho passeggiato lungo il fiume che poi è esondato. L’acqua sfiorava la strada, ma nessuno se ne preoccupava».

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