Il Tirreno

«Anch’io avrei chiuso “Comune garante” Volpi cosa ha fatto?» 

di Manuela D’Angelo
«Anch’io avrei chiuso “Comune garante” Volpi cosa ha fatto?» 

Martina Nardi risponde alle critiche sul “suo” progetto «Se si paga la quota per intero gli inquilini fanno i furbi»

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MASSA. Rendite nascoste, case di proprietà intestate a parenti, beni di lusso, Bmw, televisori a schermo curvo e, intanto, un milione di euro di debito nei confronti del comune di Massa, per non aver quasi mai pagato la quota d’affitto prevista dal progetto “Comune garante”.
Va da sé che il progetto in questione è oggi sotto la lente di ingrandimento, sommerso di polemiche, contestato, e “ripudiato” dall’attuale amministrazione, che se lo ritrovò nel 2013 già avviato. Ma come siamo arrivati a questi punto?
Madrina e ideatrice di questo progetto fu Martina Nardi, oggi in Parlamento, ai tempi vicesindaco della città, sotto l’amministrazione Pucci. È lei che fa chiarezza sul progetto, iniziando con una premessa fondamentale: «Noi provammo a risolvere, con un’idea, l’enorme problema dell’emergenza abitativa. Avevamo una pressione abitativa indescrivibile e ci impegnammo su diversi fronti, non solo con il progetto “Comune garante”, ma anche con il progetto di Casette e del Mattatoio, per la costruzione di nuove case popolari e ad affitto calmierato, progettando oltre 10 milioni di euro di lavori, e ottenendo i finanziamenti, oggi lasciati a marcire. In cinque anni, e di questo vado fiera, assegnammo cento nuovi alloggi popolari e facemmo partire da lì la nuova graduatoria»
Un progetto sperimentale. «Il “Comune garante” fu un progetto sperimentale “che come tale- spiega Martina Nardi- andava corretto strada facendo e monitorato mensilmente. Ci accorgemmo subito che molte cose non funzionavano come dovevano; gli inquilini non pagavano, era quasi fisiologico. Non tutti è ovvio, ma la maggior parte, con la sicurezza che l’affitto veniva pagato dal comune, per vari motivi facevano fatica a versare la loro quota parte».
Affitti e destinatari. Nel 2009 quando l’amministrazione Pucci decise di dar gambe al progetto, vennero definiti tutti i dettagli: «Fu fatta una manifestazione di interesse tra i proprietari di immobili disponibili- spiega la Nardi-; il comune non potè scegliere né gli immobili, né tanto meno il costo dell’affitto, perché per legge i prezzi dovevano uscire dal tavolo tecnico provinciale, fatto con i sindacati di inquilini e proprietari e su base Omi, l’Osservatorio del mercato immobiliare. Il comune- continua la Nardi- non si è messo a fare l’immobiliarista, come qualcuno vuole far credere. Noi sottostemmo a quei canoni, che per me erano molto alti, ed ebbi modo di esprimermi in merito, ma non potevamo farci nulla».
Dunque le case furono messe in affitto al prezzo di mercato, circa 9 euro al metro quadro, per il centro città, e poco meno in montagna; la disponibilità fu di appartamenti molto grandi, anche 90, 100 metri quadrati e il costo dell’affitto arrivava anche a 800, 900 euro al mese.
Il comune fece, assieme ai Servizi sociali la selezione delle persone e delle famiglie che, in base al reddito, avevano diritto a prendere queste case e pagare soltanto metà dell’affitto. Si trattò di una fascia di persone che stava a metà tra poveri e benestanti. «In pratica- dice la Nardi- bisognava dimostrare di avere un reddito fisso per poter partecipare al Comune garante. Vennero esclusi quelli senza reddito e naturalmente quelli con reddito alto».
Gli accordi. Inizialmente l’idea del comune era quella di pagare ai proprietari soltanto la propria quota, ma nessuno accettò: gli affittuari vollero che il comune pagasse loro l’intero affitto e gli inquilini avrebbero dovuto versare la loro quota al comune. Fu per questo che la situazione sfuggì di mano: «Facemmo molte riunioni con questi inquilini e con i sindacati, per farli rientrare delle cifre mancanti- racconta la Nardi-; ci furono alcuni piani di rientro che andarono a buon fine, altri erano in corso. Capimmo che l’inquilino a cui paghi totalmente un affitto in un modo o nell’atro tenta di non pagare la sua parte, se non è obbligato. Bisognava stargli dietro costantemente. Fu la prima cosa che dissi all’ex assessore al Sociale Mauro Fiori quando si insediò. Se fossi rimasta assessore anche dopo il 2013 forse anche io avrei chiuso questo progetto; ne ammetto tutte le carenze e le debolezze. Almeno noi ci abbiamo provato, abbiamo avuto un’idea. Per quattro anni l’amministrazione Volpi che idee ha messo in campo per l’emergenza casa?»

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