Il presidio
Il comitato No forno diffida il Comune
di Francesca Vatteroni
«Rischio di troppe cremazioni», e i residenti della zona dove andrà in funzione l’impianto sono pronti a rivolgersi al Tar
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CARRARA. Il problema divampa in tutto il Paese, sarebbe il caso di dire. Botrugno, nel Salento, Molina, a Verona, Civitavecchia, nel Lazio, l’aquilano San Demetrio ne' Vestini, sono solo alcuni dei tanti Comuni italiani da cui si sono levati forti cori di protesta da parte dei cittadini contro la costruzione di tempi crematori, accusati di avere un dannoso impatto ambientale, nocivo per la salute, per via delle possibili emissioni di sostanze inquinanti sopra i livelli di guardia (quali diossine, furani, metalli pesanti) dovute alla cremazione per combustione. E fra questi, anche Carrara, fa sentire la sua voce attraverso il Comitato tutela salute forno crematorio, nato l’anno scorso con la firma di 1.180 cittadini in aperta contestazione col tempio crematorio costruito dietro il Cimitero di Turigliano. E che proprio l’altra sera si è riunito a Fossone.
«Ci siamo ritrovati un forno crematorio in pieno centro abitato, quando si sa che ormai a Carrara non ci abita più nessuno e la popolazione si concentra tutta tra Avenza e Marina» dicono Lorenza Giromella e Paolo Dell’Amico, rispettivamente biologa e fisico, ex dirigente d’azienda presso la zona industriale, l’anima coordinatrice del Comitato. «Ormai il tempio crematorio è stato costruito e i termini per impugnare la delibera della giunta che prevede la costruzione del tempio sono scaduti» spiegano i due davanti a un folto gruppo di cittadini, circa una sessantina, presenti alla riunione convocata per scegliere la strada da intraprendere, alla luce dell’opinione fornita dall’avvocato Daniele Granara, esperto di diritto amministrativo e docente presso l’Università degli studi di Genova, interpellato dal Comitato.
Paolo Dell’Amico riferisce quanto chiarito da Granara.
«Ci sono fondati sospetti di irregolarità per quanto riguarda la procedura amministrativa seguita - dice Dell’Amico - che ha visto saltare il passaggio della discussione e del voto in Consiglio per adottare una delibera da parte della Giunta, ma ormai sono trascorsi i termini per impugnare la delibera».
La delibera in questione, la numero 362 del 2015, prevede la realizzazione di un tempio crematorio destinato esclusivamente ai cittadini di Carrara, precisa l’ex dirigente, e prevede la realizzazione di 2 forni crematori di cui uno già costruito, con una potenzialità di circa 2.500 feretri in un anno ciascuno.
Il punto però, sostiene sempre Dell’Amico, è che il numero dei decessi a Carrara ogni anno è di circa 800 e di questi, poco più della metà sceglie la cremazione: per cui, per i cittadini del Comitato, resta inspiegabile il motivo della realizzazione di ben 2 forni dalla potenzialità in totale di 5.000 feretri.
Il dubbio forte che assale i cittadini è che, a dispetto di quanto stabilito nella delibera, che seppure approvata senza l’intervento e la discussione in Consiglio comunque stabilisce il servizio esclusivo per i carrarini, si voglia creare un impianto industriale, un polo interprovinciale di cremazione.
«Del resto il forno crematorio di Massa è nuovamente chiuso perché l’Arpat ha riscontrato dei livelli di inquinamento troppo elevati, probabilmente verrà chiuso definitivamente stando alle parole del consigliere Benedetti e i forni di Arezzo, Pistoia, Livorno sono stati sospesi per lo stesso motivo - spiega la Giromella - perché sono stati registrati livelli di inquinamento di 16 volte superiore al limite consentito, quando dai controlli dei gestori il livello risultava rispettato». In ballo inoltre esiste un’altra delibera, la numero 44 del 2016 del Consiglio Comunale, la quale, prevedendo l’ ammortamento del costo dell’impianto realizzando circa 450.000 euro ogni anno per 25 anni, facendo pagare per ogni feretro una quota massima di 600 euro, fa esplicito riferimento a feretri interni e feretri esterni, in contrasto quindi con la delibera 362, spiega sempre Dell’Amico. «Sia il sindaco Zubbani, che l’assessore all’ambiente, poi, hanno sempre affermato di volere accettare chiunque faccia richiesta del servizio - denuncia l’ex dirigente - da qualunque parte d’Italia provenga e non ci basta il fatto che ci abbiano proposto di accordarci su un numero massimo di cremazioni di 1000 feretri all’anno, perché non hanno voluto spiegarci i criteri per procedere: se a giugno ho già raggiunto quota 1000 con feretri provenienti anche da fuori, cosa facciamo con i feretri carrarini che arrivano da giugno fino a dicembre?». Non solo, il Comitato mesi fa ha firmato una petizione all’Amministrazione con cui chiedeva che venisse realizzata anche una centralina di controllo indipendente dal software del forno e dai gestori: «Perché finché c’è l’autogestione va tutto bene. Ma non ci hanno dato alcuna risposta» commenta Dell’Amico. Inoltre, un altro elemento a complicare il problema, è l’assenza in Regione di un piano di coordinamento regionale dei forni che, come accade in altre Regioni, stabilisca la distanza minima che deve esistere tra un forno e l’altro. L’unica via per uscire, a questo punto secondo il professor Granara, è diffidare l’Amministrazione a rispettare la delibera 362 e in caso di risposta negativa, il ricorso al Tar. E l’assemblea unanime ha votato per la diffida. «Se un forno viene gestito in modo scrupoloso, inquina, è vero, ma rappresenta un servizio; se però viene condotto senza scrupolo diventa una bomba ecologica» avverte Paolo Dell’Amico.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Ci siamo ritrovati un forno crematorio in pieno centro abitato, quando si sa che ormai a Carrara non ci abita più nessuno e la popolazione si concentra tutta tra Avenza e Marina» dicono Lorenza Giromella e Paolo Dell’Amico, rispettivamente biologa e fisico, ex dirigente d’azienda presso la zona industriale, l’anima coordinatrice del Comitato. «Ormai il tempio crematorio è stato costruito e i termini per impugnare la delibera della giunta che prevede la costruzione del tempio sono scaduti» spiegano i due davanti a un folto gruppo di cittadini, circa una sessantina, presenti alla riunione convocata per scegliere la strada da intraprendere, alla luce dell’opinione fornita dall’avvocato Daniele Granara, esperto di diritto amministrativo e docente presso l’Università degli studi di Genova, interpellato dal Comitato.
Paolo Dell’Amico riferisce quanto chiarito da Granara.
«Ci sono fondati sospetti di irregolarità per quanto riguarda la procedura amministrativa seguita - dice Dell’Amico - che ha visto saltare il passaggio della discussione e del voto in Consiglio per adottare una delibera da parte della Giunta, ma ormai sono trascorsi i termini per impugnare la delibera».
La delibera in questione, la numero 362 del 2015, prevede la realizzazione di un tempio crematorio destinato esclusivamente ai cittadini di Carrara, precisa l’ex dirigente, e prevede la realizzazione di 2 forni crematori di cui uno già costruito, con una potenzialità di circa 2.500 feretri in un anno ciascuno.
Il punto però, sostiene sempre Dell’Amico, è che il numero dei decessi a Carrara ogni anno è di circa 800 e di questi, poco più della metà sceglie la cremazione: per cui, per i cittadini del Comitato, resta inspiegabile il motivo della realizzazione di ben 2 forni dalla potenzialità in totale di 5.000 feretri.
Il dubbio forte che assale i cittadini è che, a dispetto di quanto stabilito nella delibera, che seppure approvata senza l’intervento e la discussione in Consiglio comunque stabilisce il servizio esclusivo per i carrarini, si voglia creare un impianto industriale, un polo interprovinciale di cremazione.
«Del resto il forno crematorio di Massa è nuovamente chiuso perché l’Arpat ha riscontrato dei livelli di inquinamento troppo elevati, probabilmente verrà chiuso definitivamente stando alle parole del consigliere Benedetti e i forni di Arezzo, Pistoia, Livorno sono stati sospesi per lo stesso motivo - spiega la Giromella - perché sono stati registrati livelli di inquinamento di 16 volte superiore al limite consentito, quando dai controlli dei gestori il livello risultava rispettato». In ballo inoltre esiste un’altra delibera, la numero 44 del 2016 del Consiglio Comunale, la quale, prevedendo l’ ammortamento del costo dell’impianto realizzando circa 450.000 euro ogni anno per 25 anni, facendo pagare per ogni feretro una quota massima di 600 euro, fa esplicito riferimento a feretri interni e feretri esterni, in contrasto quindi con la delibera 362, spiega sempre Dell’Amico. «Sia il sindaco Zubbani, che l’assessore all’ambiente, poi, hanno sempre affermato di volere accettare chiunque faccia richiesta del servizio - denuncia l’ex dirigente - da qualunque parte d’Italia provenga e non ci basta il fatto che ci abbiano proposto di accordarci su un numero massimo di cremazioni di 1000 feretri all’anno, perché non hanno voluto spiegarci i criteri per procedere: se a giugno ho già raggiunto quota 1000 con feretri provenienti anche da fuori, cosa facciamo con i feretri carrarini che arrivano da giugno fino a dicembre?». Non solo, il Comitato mesi fa ha firmato una petizione all’Amministrazione con cui chiedeva che venisse realizzata anche una centralina di controllo indipendente dal software del forno e dai gestori: «Perché finché c’è l’autogestione va tutto bene. Ma non ci hanno dato alcuna risposta» commenta Dell’Amico. Inoltre, un altro elemento a complicare il problema, è l’assenza in Regione di un piano di coordinamento regionale dei forni che, come accade in altre Regioni, stabilisca la distanza minima che deve esistere tra un forno e l’altro. L’unica via per uscire, a questo punto secondo il professor Granara, è diffidare l’Amministrazione a rispettare la delibera 362 e in caso di risposta negativa, il ricorso al Tar. E l’assemblea unanime ha votato per la diffida. «Se un forno viene gestito in modo scrupoloso, inquina, è vero, ma rappresenta un servizio; se però viene condotto senza scrupolo diventa una bomba ecologica» avverte Paolo Dell’Amico.
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