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Welby e Cappato indagati «Noi applichiamo la legge»
Giubilaro li ha iscritti nel registro dopo la loro autodenuncia ai carabinieri «Il caso è drammatico, come sono drammatici tutti quelli di cui ci occupiamo»
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MASSA. Mina Welby e Marco Cappato sono indagati per la morte di Davide Trentini, l’uomo che ha scelto il suicidio assistito per mettere fine alla sua vita di sofferenze a causa di una malattia irreversibile. Il reato ipotizzato dalla loro autodenuncia -si sono presentati spontaneamente ai carabinieri massesi dopo aver portato Trentini in Svizzera - è racchiuso nell’articolo 580 del codice penale. Istigazione o aiuto al suicidio. Al momento il procuratore capo Aldo Giubilaro e il sostituto Marco Mansi ipotizzano l’aiuto, ma non è escluso che possano giungere, al termine del loro lavoro, a contestare ai due l’istigazione. Come non è escluso che nel registro degli indagati possano finire anche altre persone, tutte quelle cioè che in qualche modo hanno agevolato Davide a mettere fine ai suoi giorni, mettendolo in contatto con l’associazione Coscioni, per esempio (di cui Cappato è il tesoriere).
E il procuratore capo Giubilaro ieri ha convocato la stampa per spiegare in maniera semplice e univoca che il suo ufficio ha soltanto un compito e che a questo assolverà: «Sia chiaro che questo caso verrà trattato come un affare di giustizia. Da noi non avrete commenti etici, né morali, né politici e tantomeno etici o religiosi. Non vogliamo sostituirci a nessuno e non lo faremo. C’è l’articolo 580 del codice penale a guidare il nostro lavoro e su questo ci confronteremo con il collega. Per ora gli indagati sono Wilhelmine Schett (il nome da ragazza di Mina Welby) e Marco Cappato e la loro iscrizione nel registro è scattata con l’autodenuncia che hanno fatto ai carabinieri. Noi in mano abbiamo questo e su questo abbiamo aperto il fascicolo. La procedura è così, né più né meno».
Avete avuto delle pressioni per il caso Trentini?
«Assolutamente no. E anticipo la sua domanda successiva: anche se dovessero esserci risponderemo che non ci facciamo influenzare da niente e da nessuno. Sono i parlamentari che devono dire se la norma attuale va bene oppure se bisogna cambiarla. Noi non possiamo fare supposizioni oppure interpretare, dobbiamo applicare il codice penale. in questo caso c’è l’articolo 580 (vedi box) che è molto chiaro. Applicandolo facciamo il nostro dovere. La giustizia deve essere tale ovunque, ciascun giudice è chiamato ad applicare la legge, non a fare voli pindarici».
Ma questo è un caso diverso da quelli che vi trovate sulle vostre scrivanie tutti i giorni. O no?
«È un fatto drammatico, certo. Ma noi di fatti drammatici ci occupiano tutti i giorni, non sono drammatici gli incidenti in cava oppure le morti per le alluvioni? E un incidente stradale? Ripeto. Non siamo né preti né psicologi applichiamo doverosamente la legge».
Quali saranno i vostri prossimi passi?
«Come in ogni indagine c’è una procedura. Dovremo acquisire gli atti per capire cosa è successo in Svizzera e valutare le posizioni di tutti quelli che hanno avuto a che fare con Davide Trentini. Certo non posso dirvi chi sentiremo o perché lo sentiremo, ma non ci vuole una grossa immaginazione per intuire come io e il collega Mansi ci muoveremo. Ripeto: applichiamo la legge, né più e né meno. Come ogni giorno».
Senza subire pressioni...
«Quelle non ci sono state e se ci saranno sappiamo come difenderci. Non vi preoccupate».
(d.d.)
ALTRI SERVIZI A PAG. 9. ©RIPRODUZIONE RISERVATA.
E il procuratore capo Giubilaro ieri ha convocato la stampa per spiegare in maniera semplice e univoca che il suo ufficio ha soltanto un compito e che a questo assolverà: «Sia chiaro che questo caso verrà trattato come un affare di giustizia. Da noi non avrete commenti etici, né morali, né politici e tantomeno etici o religiosi. Non vogliamo sostituirci a nessuno e non lo faremo. C’è l’articolo 580 del codice penale a guidare il nostro lavoro e su questo ci confronteremo con il collega. Per ora gli indagati sono Wilhelmine Schett (il nome da ragazza di Mina Welby) e Marco Cappato e la loro iscrizione nel registro è scattata con l’autodenuncia che hanno fatto ai carabinieri. Noi in mano abbiamo questo e su questo abbiamo aperto il fascicolo. La procedura è così, né più né meno».
Avete avuto delle pressioni per il caso Trentini?
«Assolutamente no. E anticipo la sua domanda successiva: anche se dovessero esserci risponderemo che non ci facciamo influenzare da niente e da nessuno. Sono i parlamentari che devono dire se la norma attuale va bene oppure se bisogna cambiarla. Noi non possiamo fare supposizioni oppure interpretare, dobbiamo applicare il codice penale. in questo caso c’è l’articolo 580 (vedi box) che è molto chiaro. Applicandolo facciamo il nostro dovere. La giustizia deve essere tale ovunque, ciascun giudice è chiamato ad applicare la legge, non a fare voli pindarici».
Ma questo è un caso diverso da quelli che vi trovate sulle vostre scrivanie tutti i giorni. O no?
«È un fatto drammatico, certo. Ma noi di fatti drammatici ci occupiano tutti i giorni, non sono drammatici gli incidenti in cava oppure le morti per le alluvioni? E un incidente stradale? Ripeto. Non siamo né preti né psicologi applichiamo doverosamente la legge».
Quali saranno i vostri prossimi passi?
«Come in ogni indagine c’è una procedura. Dovremo acquisire gli atti per capire cosa è successo in Svizzera e valutare le posizioni di tutti quelli che hanno avuto a che fare con Davide Trentini. Certo non posso dirvi chi sentiremo o perché lo sentiremo, ma non ci vuole una grossa immaginazione per intuire come io e il collega Mansi ci muoveremo. Ripeto: applichiamo la legge, né più e né meno. Come ogni giorno».
Senza subire pressioni...
«Quelle non ci sono state e se ci saranno sappiamo come difenderci. Non vi preoccupate».
(d.d.)
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