Il Tirreno

Rebus apuano Dall’omicidio alle messe nere

Rebus apuano Dall’omicidio alle messe nere

Elementi pochi, possibilità molte L’unica certezza: non è un suicidio

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La notte del 30 dicembre si erano preparati alla discesa per andare a ispezionare una grotta e hanno trovato un cadavere. Poco più di uno scheletro. In un dirupo quasi in mezzo al nulla, sul sentiero 38 sul monte Sagro che s’inoltra verso Vinca. Una scoperta raccapricciante, con quel corpo che pareva quasi piovuto dal cielo. Il bacino e la parte inferiore del corpo coperti dai pantaloni, un paio di converse ai piedi e un giubbotto appoggiato per terra. Perché poi, del torace, non restava che la colonna vertebrale e un mosaico sparpagliato di costole. E ancora il particolare più inquietante: il corpo è senza testa e senza un braccio. Irreperibili, neppure nei dintorni.

Recuperarlo non è stato facile. Gli speleologi hanno contatto la polizia che si è mossa insieme agli uomini del Cai-soccorso alpino. Sono scesi in cordata per recuperarlo, non senza difficoltà. E il primo giorno un’impressione che poi piano piano verrà messa in dubbio: non è un’escursionista. Gli abiti, infatti, non sembrano consoni a una gita in montagna. In particolare le scarpe, misura 43, di tela, leggere, inadatte alla scarpinata in montagna per via della suola liscia.

Si parte con le indagini ma la strada, come il sentiero percorso, è in salita. In tasca nessun documento, niente che possa aiutare a risalire all’identità del mondo. A parte dei biglietti e degli scontrini in tasca. Alcuni scritte a mano, altri scritti al computer. Tutte sbiadite. Gli investigatori si sono messi a capo chino sulle carte e le hanno fatte cantare. Qualcosa è emerso: indicazioni per raggiungere Tolosa in treno e l’indirizzo di una diocesi a Pisa.

Si comincia ad escludere l’ipotesi suicidio. Chi indaga lo esclude: «In genere quando una persona si suicida, lascia tracce. Una lametta se si taglia le vene, ad esempio. O flaconcini, se ingioia farmaci. In questo caso non abbiamo trovato nulla che ci facesse pensare a un suicidio», dichiarava il 31 dicembre il vicequestore Antonio Dulvi Corcione.

Si procede per esclusioni. E se si trattasse di un omicidio? Qualcuno attirato con la scusa di una passeggiata, per ammirare gli incredibili scorci di paesaggio che si aprono in quel sentiero che collega Colonnata a Vinca. Luoghi poco battuti, adatti all’occultamento di un cadavere. Una camminata bucolica finita magari in tragedia, con un colpo alla testa. Un regolamento di conti con qualcuno che però del territorio non deve essere, perché va tenuto a mente che denunce tra le persone scomparse non ce n’è. Testa tagliata dunque, per eliminare le prove. E via anche il braccio, che poteva essere tatuato e in grado di rivelare l’identità della vittima. E dal mazzo è venuta fuori anche l’ipotesi di uno squilibrato che voleva evocare il demonio in una messa nera. Ipotesi improbabile, ma che dà l’idea di quanto intricata sia la matassa. Ora si è tornati sulla pista dello smarrimento, ma è un caso che a ogni angolo pare riservare una sorpresa. (l.r.d.)

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