Il Tirreno

«Morti di cancro altri cinque ex compagni di lavoro»

di David Chiappuella
«Morti di cancro altri cinque ex compagni di lavoro»

L’amara “contabilità” dei fratelli Manici: «Lì alla Rumianca eravamo in settecento, saremo rimasti in tutto una decina»

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CARRARA. «Negli ultimi mesi sono morti di cancro altri 5 nostri compagni di lavoro. Di 700 che eravamo alla Rumianca, fra dipendenti diretti ed imprese dell'indotto, saremo sopravvissuti in meno di dieci. Questo perché le produzioni tossiche della fabbrica hanno accelerato il decesso prematuro di centinaia di lavoratori». A parlare sono i fratelli Vittorio e Giancarlo Manici, ex dipendenti della Rumianca, già intervenuti diverse volte sul "Tirreno". I due ex lavoratori hanno pagato un conto salatissimo allo stabilimento chimico avenzino, nel quale si producevano veleni quali acido formico, arsenico metallico, anidride arseniosa, arseniato di piombo, anticrittogammici a base di rame, terre decoloranti, prodotti dell'elettrolisi del cloruro di sodio, fitofarmaci e diserbanti con diossine. Sostanze che hanno lasciato una pesante eredità nei terreni e nella falda dell'ex stabilimento. Carlo Manici, padre dei due fratelli, già operaio alla Rumianca, morì a 46 anni per un tumore alla gola, mentre la loro madre, che distribuiva latte in fabbrica, dovette smettere di lavorare, perché soffriva di emorragie al fegato e allo stomaco, che avrebbero condannato anch'essa ad una fine prematura. La donna fu sostituita dal figlio maggiore Vittorio.

Iniziò così la discesa dei due fratelli negli abissi dell'industrializzazione più velenosa, che ha rovinato le loro vite. All'interno della fabbrica avenzina i due lavoratori erano addetti un po' a tutto, anche al diserbante Olgran, impiegato nelle risaie. Oggi Vittorio Manici, 75 anni (alla Rumianca dal 1961 al 1983), è stato operato di un tumore maligno ai polmoni, mentre suo fratello Giancarlo, 68 anni (in fabbrica dal 1970 al 1984, anno della chiusura) è costretto a sottoporsi alla Tac ogni tre mesi, perché gli sono state diagnosticate placche causate dalla prolungata esposizione a composti arsenicali. Abbiamo incontrato i due fratelli ad Avenza, nell'abitazione di Giancarlo. Mentre parliamo i due ex lavoratori hanno tra le mani l'articolo pubblicato su questa testata lo scorso 27 dicembre, in cui abbiamo riferito della sentenza attraverso la quale la Corte di Cassazione ricostruiva diversi incidenti con fuoriuscita di veleni avvenuti alla Rumianca, ricordando anche l'elevata tossicità delle lavorazioni e la considerevole quantità di rifiuti inquinanti prodotti dallo stabilimento. Giancarlo Manici mostra anche i risultati di un'analisi epidemiologica iniziata nel 1996 dall'ospedale di Careggi e dall'Asl 1 di Massa-Carrara, che conferma un eccesso di mortalità per tutti i tumori tra gli ex dipendenti della Rumianca negli anni dal 1950 al 1998, soprattutto a polmoni, vescica e fegato, anche nelle donne. «Sia io che mio fratello - racconta Vittorio Manici- abbiamo perso i denti a 40 anni, per colpa di quei diserbanti che ci bruciavano la bocca. Avevamo vergogna per il puzzo che ci restava addosso finito il lavoro. Ci lavavamo anche con l'aceto, ma non riuscivamo a mandare via la puzza».

Vittorio ricorda anche gli sversamenti notturni di sostanze tossiche nel Lavello. «Negli anni '70 -spiega- facevo i turni. La Rumianca era aperta 24 su 24. A mezzanotte i capoturni mi davano ordine di aprire le valvole e gettare nel Lavello tutti gli scarti di lavorazione, contenuti dei vasconi. Per chi lavorava di notte questa era una prassi obbligatoria. Quando c'erano i controlli dell'Usl venivano gettati pesci rossi nel vascone, circa 10 minuti-un quarto d'ora prima dell'ispezione, per dimostrare che l'acqua era pulita. Dopo mezzora, però, ad ispezione finita, i pesci saltavano fuori da soli per morire». «A fine anni '70 -aggiunge Giancarlo- arrivò in fabbrica un camion con container, proveniente da Israele. A scaricarlo ci abbiamo messo una settimana, perché i sacchi che esso conteneva, quando perdevano la polvere, facevano sanguinare il naso e bisognava stare attentissimi nel maneggiarli».

Da 22 anni i fratelli Manici cercano invano di farsi riconoscere i diritti che spettano loro per essere stati a contatto con l'amianto. Secondo i due ex lavoratori le istituzioni preposte non dimostrerebbero adeguata attenzione nei confronti delle problematiche ambientali e sanitarie del nostro territorio. «Gli enti competenti -sostengono-dovrebbero dimostrare maggior severità verso chi non completa le bonifiche e battersi perché vengano riconosciuti i diritti di quei cittadini e lavoratori che sono stati vittime dell'inquinamento più selvaggio. In particolare, troviamo grave ed inaccettabile che dopo la sentenza di appello il Comune di Carrara non abbia voluto proseguire la battaglia legale avviata insieme al ministero dell'Ambiente contro la Syndial Spa nel contenzioso per il risarcimento dei danni ambientali nel sito ex Rumianca».

I Manici affermano anche di aver chiesto un appuntamento al sindaco Angelo Zubbani ormai da diversi mesi, senza aver ancora ricevuto alcun riscontro. «Al primo cittadino -concludono- chiediamo un incontro pubblico, per discutere di questi problemi. Noi vogliamo solo che vengano rispettati i nostri diritti ed anche gli altri cittadini farebbero bene a pretendere che sul nostro territorio, così martoriato dall'inquinamento chimico, vengano completate le bonifiche».

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