Il presidio
Morì per amianto, ma l’Inail rivuole i soldi
In primo grado riconosciuta invalidità all’80%. In appello ridotta la percentuale, famiglia condannata a un rimborso choc
MASSA. L'amianto, la fibra silenziosa che ci mette anni a uccidere, pare possedere la capacità di dilatare oltre ogni misura la sofferenza di chi ha avuto a che fare con lei. Prima il tormento di una morte dolorosa e straziante, poi la guerra nei tribunali per il riconoscimento dell'amianto come causa della morte. E se dopo lunghe battaglie quel risarcimento arriva e 14 anni dopo una sentenza del tribunale non solo te lo vuole togliere, ma ti obbliga a pagare gli interessi cumulati allora non resta che rimettere su la schiena e riprendere a lottare. Chè con l'amianto non finisce mai.
Di questo flipper tra aule e corsie è impastata la giovinezza di Federica Barbieri e dei suoi due fratelli: il loro babbo, Mario Barbieri, è morto di asbestosi pleumopolmonare nel 2002, dopo 24 anni di lavoro, dal 1966 al 1992, come operaio a Carrara nei Nuovi Cantieri Apuania. Gli ultimi cinque anni attaccato a un respiratore. La moglie e i figli chiedono un risarcimento Inail, ma per vederlo riconosciuto tocca andare in tribunale. Negli anni, di gente che ha lavorato in quel cantiere, 22 se li è portati via il mesotelioma pleurico e altrettanti l'asbestosi. Mario, stremato, prima di morire fa appena in tempo a vedersi riconoscere la malattia professionale con grado invalidante dell'80%. L'ente Inail però fa ricorso: secondo loro per la sua mansione, gruista e magazziniere, non era esposto all'amianto.
«L'amianto è friabile, vola e si sposta con estrema facilità - dice Federica - e se questo non bastasse i ferodi, che sono i freni della gru che mio padre azionava, erano fatti d'amianto». Nonostante tutto il giudice di Genova afferma che esiste solo una "mera possibilità" che Mario si sia ammalato in quel cantiere. Lì dove rivestivano le pareti delle navi con l'amianto per coibentarle e renderle ignifughe.
Il ricorso in Cassazione, la speranza che si attacca a un vizio di forma. Accolta. Un sospiro di sollievo che però non dura molto. Riparte la battaglia legale, il dramma della morte del loro Mario di nuovo vivisezionato. Bisogna capire quando comincia la malattia, da dove parte la fibra. Quella sentinella di morte che ha atteso dieci anni prima di manifestarsi ora va tracciata, nella sua genesi, con precisione millimetrica. Altrimenti niente rimborso.
Il nuovo collegio diede ragione all'Inail, abbassando al 38% l'invalidità e ribadendo che l'uomo poteva essersi ammalato altrove. Federica ce l'ha con il consulente tecnico d'ufficio nominato dalla corte. «Un medico cordinatore della Fincantieri, spesso presente in convegni Inail che afferma in più riprese la sua simpatia verso il lavoro svolto dalla perizia di parte dell'Inail. Una cosa sconcertante. E la corte segue il suo parere, ignorando completamente i nostri periti».
Dopo 14 anni di battaglia l'Inail, due giorni dopo Natale, manda alla famiglia Barbieri un bel regalo. La richiesta di restituzione della differenza dall'80% al 38%. Totale? Sessantamila euro più gli interessi legali accumulati in questi anni. Uno sproposito da saldare in 30 giorni. Altrimenti pignoramenti e trattenute dalla busta paga per gli eredi.
«È indicibile raccontare ciò che hanno respirato gli operai in quel cantiere, la perizia ambientale con le varie testimonianze parla di come, quanto e in che modo veniva usato l’amianto senza nessuna protezione e senza nemmeno avere avuto informazione riguardo al pericolo della sinergia fra aminato e fumo. Nulla è stato fatto o detto a questi uomini, che se sono fortunati, moriranno con atroci sofferenze: chemioterapie e operazioni che li porteranno solo alla morte», dice Federica.
L’ultima sorpresa è la pensione di reversibilità che non toccherà alla madre settantacinquenne. Lo ha saputo ieri. Le poche che hanno ricevuto toccherà loro restituirle. «Mia madre, ancora una volta, sarà moglie di nessuno per questo Stato. Non capisco perché, perché così a lungo...».
L’amianto la sua sentenza di morte la esegue, ma non la spiega. Sarebbe giunto il momento che almeno dalle carte e dai rimborsi Federica e i suoi fossero tirati fuori. Quattordici anni di lotta dignitosa non possono finire così.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
