Il presidio
Il Comune bonifica 30 accumuli di rifiuti sepolti sotto terra
Su settanta siti quasi la metà nascondevano scarti vari La maggior parte trovati nella zona a valle dell’autostrada
MASSA. Si scoprì tutto l’anno scorso, dando un’occhiata più a fondo al territorio comunale. Bisognava osservare il territorio per fare degli aggiornamenti conoscitivi e si scoprì che sparsi di qua e di là c’erano dei bubboni che emergevano sul viso di Massa. Rifiuti interrati, si ipotizzò inizialmente, e per una grande quantità di casi i sopralluoghi e le verifiche confermeranno quanto immaginato. C’era però da capire da dove arrivassero i materiali che causavano questi rialzi del terreno e se per caso qualcuno nascondesse rifiuti tossici o pericolosi per la salute delle persone.
Il caso nasce nel gennaio 2015 quando, nelle fasi che devono portare all'approvazione del regolamento urbanistico, in commissione ambiente, approda la relazione tecnica, redatta a fine 2013 dal geologo Andrea Piccinini, per l'aggiornamento del quadro conoscitivo geologico del Regolamento urbanistico.
Qesta relazione fu elaborata per conto di palazzo civico sulla base di rilevazioni effettuate con volo aerofotogrammetrico utilizzando la tecnologia laser Lidar, ed era un atto tecnico di semplice osservazione e descrizione morfologica dell'esistente. Una ricognizione generale, si potrebbe dire, prima dell’azione.
Dallo studio però esce fuori un quadro del territorio comunale in cui si tracciavano, disseminati un po' ovunque ma soprattutto in zona pianeggiante a valle dell'autostrada, una settantina di siti cumuliformi di origine sconosciuta. Qualcosa di strano che non doveva essere lì.
Nella definizione tecnica si parla di «accumuli antropici, probabilmente abusivi, di cui non si conosce il contenuto». E proprio da questa ignoranza dei contenuti scattò la preoccupazione di cittadini e politici, spingendo qualcuno a parlare di inquinamento , con timori anche per un eventuale danno ambientale.
L'Amministrazione gettò acqua sul fuoco, garantendo di mettere mano al problema, tramite verifiche e controlli da svolgersi in ciascuno dei depositi e per il loro contenuto, per accertare eventuali responsabilità.
Ci si trovò di fronte a una mole di lavoro enorme, da effettuare con rigore: per i circa 70 siti sospetti distribuiti su un'area di circa 30 chilometri quadrati infatti sono interessate oltre 350 particelle catastali, ognuna con quattro o cinque diversi proprietari per un totale di circa 1.500 titolarità di proprietà immobiliare da contattare e rintracciare per poi effettuare i sopralluoghi.
Il Comune decise allora per la costituzione di un gruppo di lavoro interno intersettoriale coordinato dall'ingegner Roberto Grieco e di cui fa parte anche un agente del corpo di polizia municipale.
Per il possesso di competenze specifiche in materia si trovò la collaborazione della Capitaneria di porto e si stabilì, a tavolino, una modalità d'intervento operativa conciliativa che basata sulla ricerca della collaborazione attiva col privato. Da soli non è un lavoro che si può svolgere, dovendo entrare dentro proprietà private e coinvolgendo i cittadini interessati magari a un’attiva cooperazione nella risoluzione del problema.
Siamo intorno a giugno del 2015 quando ci si mette concretamente al lavoro. E, da allora, di passi in avanti, ne sono fatti parecchi con oltre il 90% del lavoro ad oggi concluso e un ridimensionando della casistica e dell'allarmismo iniziale.
In circa un anno e mezzo sono state infatti censite tutte le particelle catastali interessate, sono state inviate ai proprietari le lettere per ottenere le autorizzazioni o il permesso per entrare nelle proprietà ed effettuare i sopralluoghi tecnici necessari alla presenza degli stessi proprietari. Se trovati privi di documentazione spetta infatti ai proprietari stessi lo smaltimento dei materiali accumulati secondo normativa.
Sono di tre tipi le casistiche fino ad oggi riscontrate, non tutte legate ai rifiuti. Basti pensare che il 5% dei siti controllati è risultato un falso positivo della metodologia Lidar. Cioè, in certi casi, rovi, arbusti ed erbacce erano talmente cresciute e infestanti da risultare all'occhio dello strumento un cumulo, piuttosto che materiale accumulato lì, in maniera naturale, e appartenente al sito. Un errore della macchina insomma.
In altri casi invece la modifica dei terreni era volontaria e finalizzata al miglioramento del rendimento agricolo degli stessi. E anche in questo caso non si trattava di situazioni illecite o pericolose.
Nella maggioranza dei casi, una trentina, i cumuli sono risultati discariche abusive di inerti e materiali edili che spesso gli stessi proprietari dei terreni hanno subito per mano di ignoti ma che hanno poi convenuto e provveduto a smaltire secondo normativa.
Nel 95% dei casi sottoposti ad indagine infatti i proprietari hanno collaborato attivamente alla risoluzione del problema mostrando un elevato senso di responsabilità. Solo in un paio di casi, il deposito abusivo conteneva materiali composti da amianto che è stato rimosso e smaltito da ditte specializzate
Restano ancora da esaminare una decina di siti, alcuni di dimensione piuttosto estesa localizzati a nord del Frigido . La stima dell'ingegner Grieco è di chiudere tutto il lavoro rimanente entro febbraio 2017.
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